Può un’attività lecita e benefica come lo sport – o la ginnastica come la chiamano i boomers – diventare una trappola per l’anima? Sì. Amo lo sport. Ho sempre amato lo sport, da praticare e da seguire. Vado con ordine.
Mi chiamo Geremia, sono nato e cresciuto a Messina, in Sicilia. La mia è una famiglia di credenti, ho sempre sentito parlare di Gesù e del Suo amore. Ho sempre frequentato la Scuola Domenicale e i culti, domenicali e infrasettimanali. Per me era una gioia, da bambino, trovarmi in chiesa e incontrare i miei amici di sempre. Era piacevole stare assieme agli altri, imparare le storie della Bibbia e condividerle con gli altri miei coetanei. Ma dovevo fare la mia esperienza personale con Gesù. Io e Lui, da soli.
Durante l’adolescenza ho vissuto male l’obbligo da parte dei miei genitori, di mia madre particolarmente, di essere presente in chiesa anche quando non ne avevo voglia. Oggi sono felice per quella ‘imposizione’: mi è servita a capire l’importanza delle priorità nella vita, della testimonianza personale anche con la mia semplice presenza.
Dicevo, avevo bisogno di sperimentare Gesù come mio personale Salvatore. Ciò avvenne a un campeggio evangelico, a 21 anni. Sono solito ricordare ai ragazzi della mia comunità che risposi parecchie volte agli appelli per la salvezza nel corso della mia adolescenza. E ogni volta tornavo al mio posto convinto, giusto per qualche giorno, che avevo deciso di fare sul serio con Cristo e il mio nome era scritto nel libro della vita.
Erano invece solo decisioni frutto di emozione, di intense sensazioni. Avevo bisogno di maturare, di comprendere profondamente quanto seria e responsabile fosse quella scelta. Quando davvero compresi di essere un peccatore e che solo la Grazia con la G maiuscola poteva redimermi, diventai un figlio di Dio. Che gioia nel cuore! Era quello che cercavo: una pace appagante, che le cose della vita non avevano potuto darmi.
Capitolo sport. Fin da piccolo ho praticato sport. Ogni sport, qualsiasi sport: era la passione mia e dei ragazzi con cui sono cresciuto. Ogni occasione era buona per divertirsi insieme, per giocare, per competere e migliorare. Si faceva a gara a chi fosse più bravo, più veloce, più preciso. Si trascorrevano, dopo la scuola, interi pomeriggi a competere. Tra tutti gli sport, la pallacanestro fu quello che rapì il mio cuore. Iniziai a 11 anni, e non smisi più. I miei amici mi prendevano in giro – erano tutti amanti del calcio – e consideravano il basket uno sport minore. Che rivincita oggi sentire tutti gli adolescenti parlare di NBA (il campionato americano di basket) e vederli indossare le canotte dei più famosi cestisti! Giocai tutti i vari campionati giovanili, con buoni risultati. Poi, durante un provino per una squadra di serie C, mi ruppi un ginocchio. Mi ripresi a fatica dopo vari mesi, ma non fui più quello di prima. Capii che non potevo avere una carriera come giocatore, ma amavo troppo quel mondo, quell’ambiente, e volevo continuare a farne parte. Come rimanerci? Facendo l’arbitro! Iniziai ad arbitrare, e mi piacque davvero tanto. Avendo giocato per vari anni, conoscevo meglio dei miei colleghi “il gioco”: sapevo in anticipo cosa sarebbe potuto accadere in una azione, mi trovavo nella posizione più corretta per valutare un contatto tra i giocatori, avevo il sangue freddo necessario per non farmi sopraffare dal clima ostile, tipico di alcuni campi di gioco.
Feci quindi strada. Mi ritrovai in serie C nel giro di poco tempo. Nel mio primo anno in questa serie, in base alle valutazioni dei commissari risultai il primo di tutta la regione. Questo valore attribuitomi mi esaltava, mi emozionava: volevo fare sempre meglio per rispondere alle aspettative del mio gruppo, dei miei superiori, dei miei colleghi. In quell’anno però, nacque un disagio dentro di me. Le partite si svolgevano nel fine settimana. Iniziai a vivere male il dover rinunciare alla mia comunità a favore di una partita. Affrontavo con sempre maggiore sofferenza una trasferta che mi impegnava prima il sabato sera, poi la domenica, poi il sabato e la domenica. Ricordo il terrore di ritrovarmi in settimana in chiesa, incrociare il viso di uno dei fratelli anziani e sentirmi chiedere: “Ma domenica, dove stavi? Geremia, che cosa succede?” La mia intima domanda ricorrente, che pretendeva una risposta netta, era: “Che cosa faccio di male? Che cosa c’è di sbagliato nel praticare una passione? Non è tutto questo lecito e inoffensivo verso il mio prossimo? Dunque: dove sbaglio?” Ecco la trappola. Mi ritrovai intrappolato in una pratica buona, sana, ma che rubava tempo e spazio a Dio. L’Eterno lavorò il mio cuore. Lo fece lentamente, portandomi a riflettere attraverso varie circostanze.
Lo sport, e non solo ad alti livelli, diventa “una religione”: detta il ritmo di un’esistenza, impone cosa mangiare e cosa evitare, influenza il modo di pensare e determina il valore di una persona. Lo sport ti esalta quando ottieni un traguardo, ma può annientarti se disattendi le aspettative. Compresi che la mia “religione” doveva essere Gesù! A Lui dovevo piacere, da Lui dovevo ricevere gratificazione, solo in Lui dovevo trovare il mio appagamento! Nel Salmo 62 Davide potè dire: “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da Lui proviene la mia speranza”.
Ebbi il coraggio di abbandonare la mia carriera di arbitro. Ricevetti nel tempo varie lusinghe a tornare indietro, a rivedere la mia decisione. Fui fermo, compresi che il bene più importante era la salute della mia anima, ciò che faceva davvero la differenza per il mio benessere spirituale era il pensiero di Dio su di me, non quello degli altri. L’apostolo Paolo scrive nella Prima lettera a Timoteo 4:4: “Infatti tutto quello che Dio ha creato è buono, e nulla è da respingere, se usato con rendimento di grazie”. Ecco, questa è stata la mia nuova dimensione, il mio nuovo rapporto con lo sport: qualcosa che Dio ha creato – dunque buono – ma che non può e non deve mai prendere il Suo posto. Egli è il Sovrano.
È stata una decisione sofferta? Sì. Che prezzo ho pagato per quella scelta? Un prezzo altissimo. Ma grazie a questa scelta forte, sono maturato nelle vie di Dio, ho avuto maggiore tempo di dedicarmi alla comunità, all’evangelizzazione, di trasmettere ai ragazzi della mia chiesa il valore di essere figli di Dio. Dio ci benedica!
Geremia Gemelli
da Cristiani Oggi – luglio/agosto 2024
