CONDANNATI A VINCERE

Ho sentito un’espressione che mi ha colpito per la sua incisività e sinteticità: condannati a vincere. Per millenni fin dal mondo antico, ogni civiltà ha generato guerre, avviato colonialismi, imposto imperialismi. Guerra e coraggio in battaglia sono stati considerati dei valori, non per niente c’è il detto: “Molti nemici, molta gloria!”.

Qual è dunque l’identikit dell’aspirante vincente? Deve dimostrare quanto è in gamba? Il guerrafondaio crea schieramenti e alleanze per essere più forte; trae forza, potere dalla vittoria sul suo nemico. Il vincente è connotato da un io incentrato su se stesso, egocentrico e trionfalistico. Una persona così cerca il conflitto per poter vincere. È davvero condannata a vincere in quanto non sopporta l’idea di perdere.

Bisogna saper perdere per avere una mentalità equilibrata e sobria. Il filosofo greco Socrate disse: “So di non sapere”, cioè riconosco i miei limiti, convivo con le mie debolezze. Inoltre, se non ci fossero i perdenti, non ci sarebbero nemmeno i vincenti; è l’esistenza del perdente che rende possibile al vincente di essere tale. Ecco perché i vincenti dovrebbero fare monumenti ai perdenti, invece che disprezzarli! Lo sport in un certo modo mitiga l’aggressività e la conflittualità. La competizione sportiva si svolge nel rispetto dell’altro, e nel miglior dei casi nell’amicizia con l’avversario.

Gesù ha detto: «Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (nel Vangelo di Matteo 5:43-45). Nel libro di Isaia 9:5 il Messia viene definito “Principe della pace”. Nella lettera agli Ebrei 12:14 leggiamo: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti”. Un avvertimento nella lettera ai Galati 5:20: “Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: … inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie” e uno da Paolo al giovane Timoteo: “Evita inoltre le dispute stolte e insensate, sapendo che generano contese. Il servo del Signore non deve litigare, ma deve essere mite con tutti, capace di insegnare, paziente” (seconda lettera a Timoteo 2:23-24).

È proprio così: aggressività verbale, violenza psicologica, bullismo sono i comportamenti negativi che dimostrano come la violenza sia anche una forma di dipendenza.

Se siamo deboli saremo dei perdenti? Non necessariamente. Ecco la bellezza della grazia. infatti: “Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono,  perché nessuno si vanti di fronte a Dio” (prima lettera ai Corinzi 1:27-29). “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti (lettera agli Efesini 2:8-9). In 2 Corinzi 12:10 leggiamo le parole di Paolo: “Perché quando sono debole, allora sono forte”. “Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi (2 Corinzi 4:7).

Riconoscere la nostra debolezza è il passo che ci porta a chiedere aiuto e forza al Signore. Paolo dice ancora, riferendosi a Dio: “Egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza» (2 Corinzi 12:9). E ancora Paolo dice: “Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica” (Filippesi 4:13). “Ma in queste cose noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati” (Romani 8:37).

Chi confida nelle proprie capacità e nei suoi meriti è in una situazione di pericolo. Non siamo chiamati a combattere il male con le forze umane, ma è Dio che combatte per noi: “Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio”, dice il Signore degli eserciti” (libro di Zaccaria 4:6). “Ma chi si gloria, si glorî nel Signore” (2 Corinzi 10:17).

Marina Di Bello

da Cristiani Oggi – gennaio 2024