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Abbiamo un problema

Apollo 13 è stata la terza missione spaziale USA che l’11 aprile 1970 avrebbe dovuto sbarcare sulla Luna, ma l’equipaggio, a seguito di un grave guasto, raggiunse la base sulla terra che ne seguiva ogni movimento, con un breve lapidario comunicato: “Ok, Houston, qui abbiamo un problema”. Con poco ossigeno e poca energia elettrica, a 400.000 km di distanza fra problemi e difficoltà, l’equipaggio mostrò il proprio bisogno di aiuto, un soccorso umanamente poco probabile data l’ubicazione degli uomini dell’equipaggio e l’enorme lontananza da chi avrebbe potuto fare qualcosa per loro. Uno dei più intensi momenti di angoscia fu vissuto da un lungo blackout nelle comunicazioni fra equipaggio e base, che tenne col fiato sospeso lo staff tecnico a terra quando, perso il contatto, si temeva per quelle vite.

Dal Corriere della Sera del 9 aprile di quest’anno cogliamo uno stralcio dall’articolo del giornalista Michele Farina: «L’11 aprile del 1970, dalla base di Cape Canaveral partiva l’Apollo 13: tre uomini, tre americani, dovevano planare sull’«astro d’argento» [la luna n.d.r.] a neanche un anno dallo storico «primo passo» di Neil Armstrong nel Mare [della tranquillità n.d.r.]. A due giorni dalla partenza, poco dopo le dieci di sera, quando gli astronauti avevano appena dato in diretta la buonasera all’America governata da Richard Nixon, ci fu un’esplosione a bordo per via di un serbatoio dell’ossigeno difettoso. L’equipaggio riuscì eroicamente e fortunosamente a tornare a casa, dopo giorni di trepidazione. A dieci anni di distanza, il comandante James A. Lovell scrisse nella sua biografia che la missione era stata certamente un fallimento, «anche se mi piace pensare che fu un fallimento riuscito».

Oggi, a cinquanta anni da quel 1970 che a molti può sembrare preistoria, consideriamo come si viva nei nostri giorni un altro tipo di perdita di contatto, che fa temere per le vite. Quello che dovrebbe davvero preoccupare tutti non è la perdita di contatto con una base terrena, ma la rottura, la separazione dal legame profondo che ogni uomo e ogni donna dovrebbero avere con Dio.

Dio, il Creatore, è Colui che ha formato l’uomo e la donna per amarli, per avere un rapporto con loro, per godere e far godere della reciproca comunione, in greco koinonìa. Questo termine è così avvincente che non si può non spendere due parole per inquadrarlo a beneficio di tutti.

Un’enciclopedia online definisce correttamente koinonìa come il termine greco usato nel Nuovo Testamento, nel Vangelo di Giovanni, nelle lettere di Paolo, per indicare la comunione – ovvero il tipo di speciale rapporto – che i credenti definiti cristiani avevano tra di loro e con Dio nella Chiesa dei primi tempi, comunione che era evidente dalla condivisione dei beni e dalle preghiere quotidiane nella Chiesa.

In realtà koinonìa è molto di più di convivialità e di amicizia, perché, e qui torniamo al nostro inizio, implica, trae fondamento, da un rapporto personale con Dio, umanamente impossibile per l’uomo a causa del peccato, ma divinamente possibile a motivo del sacrificio di Gesù.

Egli dà a chiunque crede in Lui comunione koinonìa con Lui, un nuovo contatto continuo con il Padre, una nuova connessione con Dio, per usare un termine tanto utilizzato ai nostri giorni.

La Bibbia ci rivela che non c’è altra via per avere questo contatto, per avere il ripristino di questo rapporto personale, per avere comunione koinonìa con Dio se non passando per la croce e accentando il sacrificio che Gesù ha compiuto con il fine della salvezza delle anime.

Nel Vangelo di Giovanni 14:6 Gesù disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me», e dalla Scrittura possiamo leggere che «in nessun altro è la salvezza, che non c’è alcun altro nome per il quale gli uomini possono essere salvati» (Atti degli Apostoli 4:12) – se non il nome di Gesù.

Non so quale momento stai attraversando, se c’è tristezza, pena, angoscia nel tuo cuore, ma permettimi di chiederti: “Hai forse perso il contatto con il Signore?”.

Se questo ti è accaduto ho timori fondati per la tua vita eterna e ti consiglio una sola cosa: racconta al Signore il tuo stato d’animo, le tue incertezze, le tue debolezze, confessa a Lui i tuoi peccati, le tue mancanze, abbandonali e torna a Lui, torna alla casa del Padre!

Oppure, se non hai ancora mai avuto questo contatto, comincia a ricercare ciò che forse non ti eri nemmeno reso conto di non avere, ma che il malessere interiore che vivi denota, ne è sintomo. Lasciatelo dire con sincerità, amichevolmente: tu hai bisogno di Gesù!

Vuoi sapere una cosa davvero bella? Se ti accosti a Lui, se Gli apri il tuo cuore, sarai da Lui stesso accolto e potrai sperimentare la realtà meravigliosa delle Sue parole: «Colui che viene a me, non lo caccerò fuori» (dal Vangelo di Giovanni 6:37). In Gesù la tua koinonia con Dio sarà ristabilita.

 

Lorenzo Framarin

 

Cristiani Oggi ottobre 2020