LAVORO E FEDE

LAVORO E FEDE:  alla ricerca di un equilibrio

È capitato a tutti noi di sentirci come sbilanciati, cercando un equilibrio tra la necessità di lavorare con il massimo impegno e quella di credere, affidandoci totalmente al Signore e alla Sua provvidenza. Come in bilico tra il fare la nostra parte e lasciar fare a Dio nella nostra vita anche nell’ambito professionale ed economico. La Bibbia ci aiuta ad avere un’idea sulla prospettiva di Dio riguardo la nostra occupazione.

Innanzi tutto: il lavoro è un’idea di Dio, è il Suo modo ordinario per provvedere alle nostre necessità materiali (e sociali). Nel primo libro biblico leggiamo che “Dio il Signore prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse” (libro della Genesi 2:15). Il Signore stabilisce, quindi, il primo rapporto lavorativo della storia umana: il datore di lavoro è Lui; il collaboratore, Adamo.

Che cosa cambia, allora, dopo la caduta nel peccato? Cambia che nell’attività lavorativa subentrano la fatica e lo stress tipici dei lavoratori: “Mangerai il pane con il sudore del tuo volto” (Genesi 3:19). In sintesi: nello scenario umano compare la sofferenza. Il lavoro in origine è quindi un dono di Dio che il peccato ha reso un’esperienza faticosa, logorante, spesso complicata. La fede in Dio, Colui che vede e provvede (cfr. Genesi 22:14), non è in antitesi con l’attività lavorativa. Anzi, applicando il meglio delle nostre capacità e risorse al lavoro che il Signore ci ha donato, possiamo anche essere altruisti, aiutando chi ha bisogno di aiuto, avendo come motto le parole di Gesù: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (cfr. libro degli Atti 20:33-35).

Dio ama vedere gente indaffarata. Il Signore chiama persone attive, volenterose che Lo mettano al primo posto.

Nella Scrittura c’è una costante: Dio chiede collaborazione a persone già impegnate che si rendono poi attive per i Suoi progetti. Pensiamo, per esempio, a Gedeone, agricoltore, a Davide, pastore, a Eliseo, imprenditore agricolo, a Amos, allevatore di bestiame e coltivatore diretto, a Matteo, esattore delle tasse, a Luca, medico, ai pescatori della Galilea che salutano i genitori, lasciano barche, reti e soci in affari per diventare esclusivamente pescatori spirituali. L’operosità nell’ambito secolare di quanti Dio chiama per una missione speciale diventa operosità da investire nel Suo campo.

Avere fede in Dio, essere credenti di fatto, significa anche provvedere a ogni necessità, a cominciare da quelle familiari, continuando con i bisogni della famiglia di Dio e di quanti possono essere raggiunti (cfr. prima lettera ai Corinzi 16:2).

Dio ha fissato pause e confini lavorativi. La stanchezza quotidiana, settimanale, che ormai fa parte della nostra eredità umana, deve essere capita e gestita con l’aiuto del Signore, cercando di avere ritmi sostenibili e il necessario riposo.

Non possiamo pensare che dipenda tutto da noi: come faremmo a lavorare, a fare tutto quello che facciamo, se il Signore non ci desse la saggezza e la forza di cui abbiamo bisogno? Le nostre facoltà, i nostri equilibri devono, però, essere tutelati.

Dobbiamo aver cura di noi, della nostra salute. Con confini lavorativi (oltreché pause) intendo quella consapevolezza del giusto carico lavorativo, riflettendo con quanta più umiltà e obiettività sui rischi rappresentati dal burnout (sentirsi letteralmente bruciati, scoppiati, esauriti, svuotati di ogni motivazione nel lavoro).

Fermarci per ricaricarci, recuperare energie mentali e fisiche, è, al tempo stesso, questione di fede e di ubbidienza. Fede, perché? Perché rispettando il giorno di riposo settimanale o concedendosi riposi regolarmente frazionati, non facendo diventare gli straordinari ordinari, si applica realmente la fede.

Quando noi ci fermiamo, Dio continua a prendersi cura di noi.

Ma saper premere il tasto pausa è anche una questione di ubbidienza in quanto, se è vero che esiste il precetto/principio biblico di lavorare sei giorni e fare tutto il nostro lavoro, è altrettanto vero e tassativo prendersi un giorno di pausa da dedicare in modo speciale a Dio (cfr. libro dell’Esodo 20:8,9).

C’è una combinazione ideale tra attività umana e provvidenza divina, tra le nostre opere e la fede, tra il fare e il lasciar fare al Signore.

C’è anche una combinazione ideale tra lavoro e riposo. Vediamo questo equilibrio anche nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Poco prima di quell’evento, Gesù dice ai Suoi discepoli, appena rientrati da una missione impegnativa, di starsene un po’ tranquilli e di riposarsi, dato che la gente andava e veniva e i Dodici non riuscivano neanche a mangiare (cfr. Marco 6:30-31).

Il miracolo è preceduto da azioni di fede da parte sia dei discepoli (che si fidano di Gesù, fanno accomodare in gruppi le persone ordinatamente, iniziano a distribuire il poco che hanno), sia della gente (che si sistema e attende, non va via).

Poi accade l’inspiegabile, il miracolo: la colazione di un ragazzo si moltiplica esponenzialmente, tanto da bastare per migliaia di persone (cfr. Vangelo di Marco 6:38-44). Non sarebbe bastata la paga di otto mesi di un operaio dell’epoca (“duecento denari”) per far fare ai presenti appena una degustazione. Invece, quel cibo bastò miracolosamente per tutto il fiume di persone!

Questo per non dimenticare mai che, quando i nostri mezzi non bastano, la fedeltà di Dio basta perché non manchi nulla, anzi, perché riceviamo molto di più di quanto è strettamente necessario!

Questo per ricordare che tutti i miei guadagni, risparmi e mezzi economici possono sembrarmi insignificanti: “Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù” (lettera ai Filippesi 4:19).

Lavorare con il massimo impegno e affidarsi totalmente al Signore: questi due valori cristiani dialogano benissimo.

Gabriele S. Manueli

 

da Cristiani Oggi – maggio 2024