“Anche se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho amore, sono un rame risonante o uno squillante cembalo” (1Corinzi 13:1)
Un cristiano non può ridurre sé stesso alla stregua di uno strumento fastidioso agli ascoltatori e dannoso per gli altri suonatori. L’immagine di strumenti a percussione utilizzata nel versetto richiama il senso dell’udito, con l’evidente intento di indirizzare i lettori alla testimonianza verbale del credente, che si concretizza nell’annuncio del Vangelo, nella preghiera pubblica e in definitiva in ogni forma di discorso riguardo Cristo Gesù. Ebbene, percuotere una spranga o colpire violentemente dei piatti di metallo produce fracasso, certo non in un gradevole armonia di suoni. Il cembalo era uno strumento di metallo usato nei baccanali, che dava un suono acuto, nonostante fosse uno strumento musicale e non un utensile agricolo, e se suonato male risultava fastidioso, era una tortura, piuttosto che qualcosa di piacevole da ascoltare. Allo stesso modo un cristiano, nonostante sia nato di nuovo e professi senza timore la propria fede, anzi, sia anche teologicamente edotto al riguardo, può risultare inadatto, fuori luogo, alla lunga insopportabile al prossimo.
La carità o agàpe è l’amore di Dio. Nel Nuovo Testamento si assiste a un uso particolare della parola tradotta “amore” (gr. agape), che presso i greci significava: “tenere in onore, trattare con gentilezza”, mentre nelle Scritture vuol dire: “amore puro, donato senza condizioni verso chi non è desiderabile” come risulta chiaro dalle parole dell’apostolo Giovanni: “In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi e ha mandato suo Figlio per essere la propiziazione per i nostri peccati” (1Giovanni 4:10). Per comprendere che cosa sia l’amore o, come traduce la Versione Riveduta, la carità, è importante considerare la fonte stessa dell’amore: “Dio”, infatti quando si parla dell’amore cristiano in astratto si tende a confonderlo con quello umano, quello della nostra esperienza. La Scrittura afferma invece: “Dio è amore” (1Giovanni 4:8) additando quale modello Dio, anche in questo sentimento. Nel Nuovo Testamento esiste un capitolo che riteniamo introduttivo a 1Corinzi 13, cioè 1Giovanni 4:7-21. Questo secondo brano prende le mosse dalla Fonte dell’Amore, appunto Dio stesso, per discendere verso il credente onde spiegare il miracolo della natura trasformata. 1Corinzi 13 inizia da questo punto, dal credente “trasformato”, per spiegare che cosa sia e come si manifesti praticamente l’amore nell’esperienza cristiana quotidiana.
La carità è il sentimento divino, che rende gradevole ogni aspetto e manifestazione della vocazione cristiana. Le lingue sono l’evidenza iniziale del battesimo nello Spirito Santo, una miracolosa manifestazione della potenza divina, ma, se non scaturiscono da un cuore abitato dall’amore di Dio, si risolvono in suoni inarticolati e inopportuni in qualunque momento del culto: “Ora la speranza non rende confusi, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5:5). Nella festa della comunione con Dio il canto e la lode saranno seriamente compromessi dall’imperizia di qualcuno. L’opinione secondo la quale le manifestazioni dello Spirito Santo siano “soltanto” le lingue non è biblica, non si parla per parlare ma per edificare. L’asprezza celata nell’intimo altera la comunione con Dio, l’invidia e l’orgoglio rendono le parole fuori luogo, pertanto fastidiose, inducendo chi ascolta ad allontanarsi. Si possiede ciò che è a disposizione delle proprie facoltà ed è a propria disposizione. Era questo il peccato di Efeso: costituzionalmente erano cristiani, vivevano come cristiani ma dentro non erano più come Cristo, d’altronde non è forse affermato che l’amore di Dio è la via per eccellenza per la ricezione dei doni dello Spirito Santo?
Salvatore Cusumano
Risveglio Pentecostale – gennaio 2026
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