Organo ufficiale delle Chiese Cristiane Evangeliche “Assemblee di Dio in Italia”

Capacità, idoneità e… fedeltà

“Non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi, ma la nostra capacità viene da Dio. Egli ci ha anche resi idonei a essere ministri di un nuovo patto, non di lettera ma di Spirito” (2Corinzi 3:5-6)

In un mondo e, purtroppo, in un contesto religioso sempre più dominato dall’autoreferenzialità e dall’efficientismo, l’apostolo Paolo ci offre una lezione magistrale di umiltà e verità. Nel terzo capitolo della sua seconda lettera ai Corinzi, Paolo si trova a dover difendere il proprio ministerio dalle accuse di chi cercava di screditarlo.

In un’epoca come la nostra, fatta di curriculum gonfiati e di ricerca del successo a ogni costo, ci aspetteremmo che l’apostolo elencasse i suoi titoli, i viaggi missionari o i miracoli compiuti. Invece, fa un’operazione inversa, spostando l’attenzione da sé stesso a Dio. Il suo “vanto” non è ciò che lui è in grado di fare, ma ciò che Dio ha fatto in lui e per mezzo di lui. Questa confessione non è umiltà di facciata, non ci troviamo in presenza della retorica stucchevole di un uomo che si abbassa soltanto per poi ricevere più applausi, ma della consapevolezza di chi ha capito Chi è la vera fonte del suo dono. Lo Spirito Santo guida l’apostolo a usare due concetti che vale la pena evidenziare: capacità e idoneità.

Il primo riguarda addirittura il pensiero: “Non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse proprio da noi…”.

Il secondo riguarda l’esercizio del ministerio: “Egli ci ha resi idonei”. La qualificazione non viene dalla formazione, dall’esperienza, né dal riconoscimento degli uomini, ma da Dio soltanto. La conoscenza di questa verità non ha lo scopo di mortificare il servitore di Cristo, anzi è veramente liberatoria. Quante volte il peso e le responsabilità legate al ministerio ci hanno schiacciato proprio perché ci siamo “caricati” le spalle di responsabilità che non ci appartengono? Quante volte abbiamo cercato, con affanno, di essere “all’altezza”, confidando nelle nostre risorse, nella nostra eloquenza e nella nostra esperienza, per poi scoraggiarci davanti all’ineluttabile consapevolezza della nostra incapacità?

Pensiamo a Mosè, davanti al pruno. A quel punto era chiaro che aveva imparato da tempo la prima parte della lezione, confessando la sua incapacità e mostrando di aver maturato piena coscienza della propria insufficienza. In quel momento, però, stava per imparare l’altra implicazione della verità, in presenza della chiamata divina. Dio non cercava in lui capacità ma disponibilità e la Sua risposta fu chiara: “Chi ha fatto la bocca all’uomo? Non sono io, il Signore?” (Esodo 4:11). La domanda di Dio non è: “Sei capace?”, ma “Sei disposto a lasciarmi essere la tua capacità?”

Davanti alle responsabilità della nostra chiamata, in vista del ritorno di Cristo abbiamo bisogno di esercitare il nostro ministerio mostrando e insegnando alle nuove generazioni che la capacità e l’idoneità al ministerio non precedono la chiamata, ma ne conseguono, anche in presenza di buoni sentimenti, di sane ambizioni, di talenti naturali e di una buona preparazione accademica. Non comprendere questa verità potrebbe portarci al successo terreno e al fallimento spirituale, all’approvazione dell’uomo e al biasimo del Maestro. Non si tratta, però, di un’umiltà artefatta o formale, ma della consapevolezza della propria “strumentalità”. Un vaso non si fa da sé, non si riempie da sé e non si usa da sé. Questo è il ministerio spirituale: non l’esibizione di ciò che siamo, ma la condivisione di ciò che Dio ha riposto in noi (cfr. Atti 3:6).

E la fedeltà? Essa nasce proprio da qui: non dall’eroismo, né dalla sola forza di volontà (che aiuta, ma non basta), ma dalla consapevolezza che la vita spirituale non si esprime solo nell’unzione, nella potenza e nella pienezza dello Spirito Santo, bensì anche nel Suo frutto, che rende visibile il carattere di Cristo in noi. È somigliando a Gesù che vogliamo avanzare fino al giorno in cui non il mondo, la comunità o la famiglia, ma Lui stesso ci dirà: “Va bene, servo buono e fedele… entra nella gioia del tuo Signore”.

Perciò, fratelli, grati per la chiamata, per la capacità e l’idoneità che lo Spirito ci conferisce, serviamo Cristo e la Sua Chiesa fedelmente. Facciamolo liberi dalla tirannia dell’autosufficienza, dal peso di dover dimostrare qualcosa e dal bisogno di riconoscimento umano, terreno e immediato. Perché la nostra capacità viene da Dio, a Lui soltanto va la gloria e da Lui soltanto viene la ricompensa.

Gaetano Montante

Risveglio Pentecostale – maggio 2026

foto: Freepik