Organo ufficiale delle Chiese Cristiane Evangeliche “Assemblee di Dio in Italia”

Credente e lavoro

Credente e lavoro

Oggi il lavoro è un problema per la crisi che sta attraversando il nostro Paese. Le zone interne e quelle meridionali in cui è carente il tessuto industriale, ne risentono in modo significativo. Tanti giovani sono costretti a lasciare il luogo natio per espatriare in cerca di una giusta collocazione. La sistematica mancanza di lavoro al Sud ha spinto molti giovani a trasferirsi al nord. Scegliere di trasferirsi può essere visto come sacrificio all’inizio, ma Dio può poi trasformarlo in un’opportunità di benedizione. Infatti i nostri giovani dovrebbero sentirsi dei missionari nel campo e in qualunque luogo geografico in cui il Signore li pone.

Il lavoro e l’attitudine con cui lo svolgiamo è una testimonianza per chi non conosce Gesù. La serietà e l’impegno posto nel lavoro parla più di ogni qualifica e di ogni parola che possiamo dire. È questo che Dio ci chiede: essere autentici cristiani anche al lavoro, senza cercare scorciatoie o mezzi contro la Sua volontà per avanzare. Il lavoro che Dio ci dà è una benedizione (cfr. Giac.1:17) e deve per questo essere fatto con gioia nel cuore, come un modo per adorare Dio che ce lo ha donato.

È sbagliato poi aspirare a una posizione lavorativamente più qualificante? Se fatto con giusto sentimento e soprattutto con l’atteggiamento di voler onorare Dio in ogni aspetto, Egli ci incoraggia anche a coltivare e a sognare in grande, sempre che siano che assecondano la volontà e la Parola di Dio.

Il lavoro diventa un problema nel momento in cui gli diamo un significato sbagliato. Possiamo viverlo con diverse attitudini errate:

  • se viene vissuto come schiavitù, come mezzo sciagurato, come triste tunnel che inizia di lunedì;
  • se lo consideriamo l’ambito in cui esercitare il potere, dove soddisfare la propria ambizione.

Nel primo caso la persona viene svuotata dal senso della vita e l’elemento prevalente diventa la fatica. Nel secondo caso l’occupazione diventa un idolo. Il lavoro deve essere vissuto come grazia che concorre al bene, rientrante nel piano divino capace di elevare l’uomo a santità.

 

LA CONSIDERAZIONE DIVINA DEL LAVORO

Dio mostra il lavoro fin dall’inizio della creazione (cfr. Genesi 2:1-3). Lo stesso Gesù nella Sua missione terrena lavorava fin da bambino con Giuseppe, prima di intraprendere il Suo mandato, facendo ogni cosa bene e svolgendo con diligenza il proprio lavoro.

Dio ha chiamato sempre persone intente a lavorare: Saul mentre era intento alla ricerca delle asine del padre, Davide mentre pascolava il gregge, Gedeone mentre batteva il grano nello strettoio e Mosè mentre pascolava il gregge di suo suocero nel deserto. Gesù chiamò pescatori intenti a rassettare le reti, esattori impegnati a riscuotere le tasse, mai nullafacenti o scansafatiche (cfr. Prov.18:9).

Dio non vuole che restiamo con le mani in mano ad aspettare, ma che ci adoperiamo e ci diamo da fare anche quando siamo in attesa di trovare lavoro (cfr. Eccl.9:10).

Anche nel giardino dell’Eden l’armonia primitiva tra Dio e Adamo ed Eva era completata dal compito di custodire e coltivare il giardino. Quest’armonia venne poi distrutta dal peccato e il lavoro diventò fonte di fatica e sofferenza (cfr. Gen.1:11-12, 3:17-19).

La concezione negativa del lavoro si sviluppò nell’episodio di Caino e Abele, dove il lavoro e il frutto del lavoro divennero motivo di gelosia, e alla fine di odio da parte di Caino verso Abele. Qui si vede chiaramente: se lavoriamo solo per il nostro profitto o per essere lodati dagli uomini, ci affatichiamo invano (Caino), mentre quando usiamo il lavoro come mezzo per lodare Dio, invece che le nostre capacità Lui apprezzerà e accetterà la nostra offerta e ci benedirà ancor più di quello che pensiamo (Abele).

Nel lavoro dobbiamo sempre avere un atteggiamento di umiltà, pensando che possiamo sempre imparare da tutti. Quello che è condannato è il lavoro che mira solo ad accumulare ricchezza. La ruggine e la tignola divoreranno i tesori accumulati e i ladri li porteranno via (cfr. Mat.6:19; Giob.1:21).

 

LA GIUSTA COLLOCAZIONE DEL LAVORO

Il lavoro deve essere gestito come una necessità per l’uomo, in un corretto rapporto con Dio. Non deve diventare un idolo né lo scopo della vita, il suo valore assoluto (cfr. Eccl.5:18-20). Il lavoro è un dono di Dio e come tale non deve essere valutato più importante del Donatore, il Signore. La giusta scala di priorità deve essere sempre questa: al primo posto Dio, poi la famiglia e poi il lavoro.

Il nostro rapporto con Dio deve essere al di sopra di ogni altro. Se riusciamo a portare a casa somme importanti e non abbiamo una famiglia unita e in armonia, a poco servirà!

Nell’episodio di Marta e Maria: la prima è buona, cortese, servizievole, l’altra è ai piedi di Gesù. Il lavoro non è condannato ma deve essere ben bilanciato con il nostro rapporto con Dio. Infatti Gesù dirà a Marta in Luca 10:38-42: “Tu ti affanni e sei agitata per molte cose”.

 

I DIVERSI RAPPORTI DI LAVORO

Particolare attenzione deve essere posta ai rapporti che si vengono a creare nell’attività lavorativa. Il Signore desidera che tutti i credenti manifestino una condotta integra e irreprensibile, lavorando onestamente per aiutare gli altri e dare una sana testimonianza dell’Evangelo (Efe.4:28; 1Tess.4:11; 2Tess.3:10).

Una delle azioni più difficili per un datore di lavoro cristiano è prendere provvedimenti nei confronti di coloro che pensano che condividendo la medesima fede, siano sempre scusati per episodi di pigrizia o negligenza sul lavoro. Un operaio o un impiegato credente è una persona impegnata e onesta nel proprio lavoro perché opera come per il Signore e quindi con maggiore serietà di chiunque altro.

Il fatto che Dio non abbia riguardi personali (Gal.2:6; 1Pie.1:17) implica che imprenditori, sovraintendenti e tutti quelli che ricoprono incarichi direttivi sul posto di lavoro sappiano che dovranno rendere conto al Signore.

Se sono credenti, devono riconoscere di avere anch’essi un Padrone, Cristo, e pertanto non devono essere mai arroganti né prepotenti (Efe.6:9).

Generalmente titolari e dipendenti entrano in conflitto addossando gli uni agli altri varie responsabilità. Può il datore di lavoro cristiano negare diritti di legge ai suoi dipendenti perché tanto “tutti fanno così”? E il dipendente cristiano può “fare il furbo”? No.

Come si dovrebbe comportare il credente?

  • rispettare le leggi dello Stato (cfr. Mat.22:21; Rom.13:1-8; 1Pie.2:13-17);
  • non mentire, in nessun caso (cfr. Apo.22:15);
  • mostrare amore e rispetto per tutti (cfr. Matteo 5:44-48);
  • considerare la propria condizione come un servizio da svolgere per il Signore per essere testimoni di Cristo (Col.3:23-25);
  • non essere amante del denaro, perché l’avidità e l’avarizia sono idolatria (1Tim.6:10).

La conversione di Zaccheo è significativa e mostra in modo pratico come chi, dopo avere conosciuto il Signore, si pente di una vita passata vissuta nell’imbroglio e vuole invece rimediare concretamente. Zaccheo non cercò una “sanatoria” scontata, ma restituì quattro volte la somma illegalmente guadagnata (cfr. Luca 19:8).

 

La frase “Il lavoro nobilita l’uomo”, attribuita a Charles Darwin, riflette l’importanza di avere un’attività lavorativa nella vita, che non solo ci permette non solo di sostenere le nostre famiglie, ma ci arricchisce anche interiormente, perchè ci dà la possibilità di scoprire più cose su noi stessi, i talenti che Dio ha messo in ognuno di noi, e soprattutto di vedere quanto Dio ci aiuta nelle attività quotidiane. Il verbo nobilita vuol dire che il lavoro ci rende nobili, ci eleva a un piano superiore e ci rende persone migliori.

E Dio sarà con noi lungo il cammino e nelle difficoltà. In ogni fase della tua vita, sia che tu debba prendere una decisione importante sul lavoro, sia che tu stia cercando un’occupazione, sia che vada tutto bene e tu sia contento di ciò che fai, ricorda Matteo 6:33: “Cercate prima il Regno di Dio e tutte le altre cose vi saranno sopraggiunte”.

Daniele G. Sibilia

da Risveglio Pentecostale – maggio 2024

 

testimonianza

Le giuste priorità della vita

La mia è la storia di un giovane dell’entroterra campano, nella Valle Caudina, una terra che offre poco dal punto di vista lavorativo. Il mio sogno era diventare un impiegato di banca. Diplomato presso l’Istituto Tecnico Commerciale con il massimo dei voti, pur iscrivendomi all’Università, feci dei concorsi bancari presso due istituti che superai, rimanendo in attesa della chiamata. Nel frattempo, grazie al sindaco del paese, mio insegnante alle elementari, fui presentato a un’azienda a carattere familiare che operava nel campo dell’automazione industriale.

I titolari mi diedero subito fiducia: nonostante fossi un semplice impiegato amministrativo, mi affidarono la cassa e mi delegarono affinché potessi operare sul conto bancario, convinti non solo dalla serietà, ma anche dalla mia fede. Le cose andarono molto bene finché non si verificò un problema legato a un pagamento in entrata. Una fornitura effettuata ci venne pagata erroneamente due volte: la prima nel giro di tre giorni su mia richiesta, la seconda alla scadenza naturale dei 30 giorni. Lo segnalai immediatamente alla proprietà sostenendo che bisognava informare il cliente dell’errore. Tuttavia il mio titolare la pensava diversamente indicandomi di spostare la somma ricevuta per errore su altro conto bancario e di fare finta di niente.

Chiesi cinque minuti di tempo sufficienti a inviare una comunicazione alla banca per non avere più accesso al conto aziendale e per scrivere la mia lettera di dimissioni che consegnai. Il titolare cercò di convincermi promettendomi il doppio dello stipendio, ma rifiutai perché non potevo avallare un tale comportamento. Mi ritrovai così su due piedi senza lavoro, sposato, con un figlio. Ricordo le preghiere, le domande a Dio: “Dov’era il mio posto in banca? Perché ero senza lavoro per essere stato corretto e onesto?” Sebbene confidassi in Lui, mai avrei pensato che Dio avesse per me un piano molto più alto di quello che sognavo.

Nella mia esperienza lavorativa avevo notato che nelle nostre zone mancava un produttore di resistenze elettriche. Nelle mie visite al Nord avevo conosciuto un anziano artigiano con una piccola ma bella azienda che produceva questi componenti. Prima delle mie dimissioni ne avevo parlato al mio ex titolare, ma questi non la riteneva una iniziativa da intraprendere. Nella mia mente l’idea era ricorrente e chiedevo a Dio una risposta che già aveva messo nel mio cuore. Così partii in macchina per Busto Arsizio per incontrare questo artigiano. Fu un incontro cordiale in cui gli chiesi di poter rivendere il suo prodotto. Lui dopo qualche tempo egli venne a trovarmi a casa, vide la mia famiglia, seppe della mia fede e mi consigliò di avviare una piccola società per iniziare a rivendere il suo prodotto alle aziende. Formai la società con mia moglie Angela, che sin dai primi momenti è stata al mio fianco occupandosi della gestione interna dell’attività. La nostra preghiera fin dall’inizio è stata che il vero socio di maggioranza fosse il Signore.

Nel giro di sei mesi avevamo acquisito tanti ordini ed effettuato così tante consegne che il nostro artigiano mi comunicò di non essere in grado di stare al passo con le richieste. La soluzione fu quella di avviare al Sud una piccola azienda per coprire almeno le urgenze. In un primo laboratorio di 300 mq mettemmo dei macchinari dismessi da quell’artigiano, che ci aiutò nell’avvio della produzione. Mi era ormai chiaro come il mio Padre Celeste stava agendo con un piano per la mia vita di cui rimanevo sempre più positivamente sorpreso. Nonostante io non abbia avuto una formazione tecnica, l’esperienza maturata con migliaia di aziende e la collaborazione con tecnici di alto livello ci hanno fatto crescere al punto che oggi anche grandi aziende multinazionali ci chiamano per consulenze su soluzioni tecniche complesse e annoveriamo clienti in Italia e all’estero. Ma tutto questo è chiaramente opera di Dio, che non posso non ringraziare per tutto quello che mi ha dato, e che ho anche l’onore di servire come pastore a Cervinara e Montesarchio.

Nella mia esperienza ho constatato che le giuste priorità della vita vedono al primo posto Dio, al secondo la famiglia e al terzo il lavoro. È la meravigliosa Parola di Dio che lo consiglia: “Cercate prima il Regno di Dio e le altre cose saranno sopraggiunte” (Mat.6:33).

Vi assicuro che Dio va al di là dei nostri sogni quando confidiamo in Lui, quando crediamo nelle Sue promesse, quando desideriamo essere Suoi.

Mi ritrovo nelle parole di Giacobbe: “Io sono troppo piccolo per essere degno di tutta la benevolenza che hai usata e di tutta la fedeltà che hai dimostrata al tuo servo” (Gen.32:10)

Daniele G. Sibilia

da Risveglio Pentecostale – maggio 2024