Organo ufficiale delle Chiese Cristiane Evangeliche “Assemblee di Dio in Italia”

Il fuoco sull’altare non si spegnerà

«Il fuoco sarà mantenuto acceso sull’altare e non si lascerà spegnere; e il sacerdote vi brucerà della legna ogni mattina, vi disporrà sopra l’olocausto, e vi farà bruciare sopra il grasso dei sacrifici di ringraziamento. Il fuoco deve essere sempre mantenuto acceso sull’altare, e non si lascerà spegnere» (Levitico 6:5-6).

Il fuoco sull’altare non si lascerà spegnere. Questa è una parola solenne, non un suggerimento o una raccomandazione, ma una responsabilità che Dio affida al Suo popolo. Anche se non siamo ai tempi dell’Antico Testamento, questa immagine conserva una forza spirituale straordinaria per la Chiesa di oggi. C’è una verità fondamentale: il fuoco di cui si parla non era stato acceso dall’uomo, Levitico 9:24 conferma che: «Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi». Il fuoco era quindi indipendente dall’iniziativa del sacerdote perché proveniva direttamente da Dio. Perciò, prima di parlare di responsabilità dell’uomo, riconosciamo che tutto ha origine in ciò che Dio ha fatto.

Il vero fuoco nasce da Dio. Nasce quando lo Spirito Santo visita una vita, quando Cristo diventa il centro reale dell’esistenza. Nasce quando la Parola smette di essere un testo conosciuto e diventa voce viva che chiama, corregge, consola e manda. Ciascuno di noi ricorda il momento in cui Dio ha acceso questo fuoco nel proprio cuore: per alcuni nel giorno della conversione, per altri nel momento della chiamata al ministerio, o in una notte di preghiera, durante una prova, o in semplice culto senza nulla di spettacolare nel quale il Signore ha parlato in modo chiaro al cuore. Da quel momento tutto è cambiato: non è stato più possibile vivere allo stesso modo, servire allo stesso modo, guardare la Chiesa, il mondo, le anime, la Parola, come prima.

Questo è il punto di partenza, ma ciò che Dio accende deve essere custodito (v.6). Qui subentra la nostra responsabilità, infatti il rischio più grande non è che Dio smetta di accendere il fuoco, ma che noi smettiamo di alimentarlo. Che forse abbiamo la forma esteriore, il linguaggio, la struttura per servire il Signore, ma che il fuoco sull’altare stia abbassandosi lentamente.

Viviamo un tempo molto particolare: il mondo evangelico globale è attraversato da fenomeni di massa, grandi eventi, comunicazioni istantanee su potenti piattaforme digitali. Oggi un messaggio può fare il giro del mondo in pochi secondi, un predicatore può diventare conosciuto in molte nazioni attraverso un breve video, un movimento può nascere, diffondersi e influenzare moltissime persone con una rapidità impressionante. Certamente, non dobbiamo necessariamente condannare gli strumenti tecnologici perché Dio può usare anche i mezzi più moderni. Ma, proprio perché questi strumenti sono potenti, dobbiamo essere sempre vigilanti. Perché esiste il rischio di confondere la visibilità con l’unzione, l’emozione con la presenza di Dio, il successo con l’approvazione del Signore, il rumore, la confusione con il risveglio, il fuoco santo con l’entusiasmo momentaneo. Anche se una riunione è molto partecipata, ben organizzata, coinvolgente, commovente, la domanda resta: Cristo è stato al centro? La Parola è stata onorata? I cuori sono stati portati alla consacrazione? Oppure siamo stati soltanto impressionati? Un messaggio può essere condiviso migliaia di volte, può avere espressioni forti, immagini efficaci, grande impatto, ma se non nasce da un altare acceso, se non conduce a Cristo, se non produce santità, ravvedimento, fede, amore per la Parola, allora dobbiamo esercitare il discernimento. Paolo in 1 Corinzi 2:2 dice: “Poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso”. Cristo è il centro, non l’uomo, il predicatore, il movimento o la piattaforma! Ma Cristo, Cristo crocifisso, Cristo risorto, Cristo Signore, Cristo che salva, Cristo che battezza nello Spirito Santo e che ritorna. Giovanni Battista lo aveva compreso bene quando disse in Giovanni 3:30: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. Questa è una parola che dovremmo scrivere sull’altare del nostro cuore! Quando Cristo cresce, il fuoco arde, quando l’uomo cresce, il fuoco si affievolisce. Quando Cristo è glorificato, lo Spirito Santo opera, quando l’uomo occupa il centro, anche se il linguaggio resta religioso, qualcosa si contamina.

Al versetto 5 c’è un dettaglio preciso: “Il sacerdote vi brucerà sopra della legna ogni mattina”. Non solo nei giorni solenni o nelle grandi convocazioni, non solo quando tutto il popolo era riunito, ma ogni mattina: questo ci parla della fedeltà quotidiana. Il fuoco non si mantiene acceso soltanto nei convegni o con culti speciali, ma nel segreto, nella disciplina di una comunione personale con Dio, nella preghiera quotidiana, nella Parola meditata e nell’ubbidienza concreta. Un fuoco può essere acceso con una bella fiamma, ma, se non si aggiunge legna, forse resisterà per un po’, poi diventerà brace e perderà forza fino a spegnersi. Così accade anche nella vita spirituale: il raffreddamento non è improvviso. Può accadere che si continui a servire, ma con meno ardore, si continui a cantare, ma con meno fame di Dio. Si continua a predicare, ma con meno lacrime, si continua a frequentare la chiesa, ma con meno desiderio della presenza del Signore.

Il pericolo è abituarsi a un fuoco basso. Per questo Paolo scrive a Timoteo, in II Timoteo 1:6: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te”. Ravvivare significa alimentare ciò che Dio ha acceso, non significa cercare un’altra fiamma, ma chiedere a Dio di soffiare di nuovo per ravvivarla. In 1 Tessalonicesi 5:19 leggiamo: “Non spegnete lo Spirito”. Vuol dire che in qualche modo possiamo soffocare, ostacolare, indebolire ciò che Dio desidera mantenere vivo. Come si spegne il fuoco? Con la superficialità, con il compromesso, con l’orgoglio, con la distrazione continua. Si spegne quando il tempo passato sui social è maggiore di quello impiegato in preghiera. Si spegne quando siamo più propensi ad ascoltare le voci umane che la voce di Dio. Si spegne quando cerchiamo più approvazione che santità, quando difendiamo la nostra immagine più di quanto custodiamo la presenza del Signore. Questo vale per il pastore che può essere preso da mille impegni e rischiare di diventare più un amministratore del sacro che un uomo dell’altare. Vale per il collaboratore che può essere molto attivo nel servizio, ma povero nella comunione personale con Dio. Vale per il credente che può essere presente alle riunioni, ma interiormente distante. Vale per la chiesa intera, che può avere programmi e attività, ma deve chiedersi se il fuoco è ancora sull’altare. Pensiamo ai discepoli sulla via di Emmaus, in Luca 24:32, che dissero: “Non ardeva il nostro cuore dentro di noi, mentre egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?” Che cosa fece ardere il loro cuore? Non uno spettacolo né una tecnica emotiva, ma la presenza di Gesù e la spiegazione delle Scritture. Cristo che cammina con noi, Cristo che apre la Parola, Cristo che si rivela. Questo è il fuoco che ci serve e che fa ardere il nostro cuore: quello che nasce dalla presenza di Cristo e dalla verità della Parola.

Abbiamo bisogno di discernimento: non tutto ciò che appare spirituale porta a Cristo, non tutto ciò che emoziona edifica, non tutto ciò che cresce è sano, non tutto ciò che attira è approvato da Dio. La Chiesa non è chiamata a inseguire ogni vento di dottrina, ma a rimanere fondata sulla Parola, piena dello Spirito Santo e centrata su Gesù Cristo. Il fuoco sull’altare ci ricorda che prima della missione c’è la consacrazione, prima del servizio c’è l’incontro con Dio, prima della predicazione c’è l’altare, prima della comunicazione c’è la comunione, prima dell’impatto pubblico c’è la fedeltà nascosta.

Questa parola non viene per giudicarci, ma per richiamarci, non viene per scoraggiarci, ma per risvegliarci. Il Signore non dice: “Il fuoco si è abbassato, dunque ti rigetto”, dice, piuttosto: “Metti ancora legna sull’altare”. Sì, torna alla preghiera, torna alla Parola, torna alla semplicità del primo amore, torna a cercare la presenza di Cristo, torna a desiderare la gloria di Dio più del tuo riconoscimento. Forse qualcuno deve dire: “Signore, ho corso molto, ma ho pregato poco”, oppure: “Ho servito tanto, ma mi sono nutrito poco”. Ora, anche tu con me, di’: “Signore, ho bisogno che Tu ravvivi ciò che hai acceso in me”. La buona notizia è che il fuoco viene da Dio e che Dio è ancora capace di ravvivare, purificare, rinnovare e restaurare. Ma bisogna tornare all’altare.

Il fuoco sull’altare non si spegnerà. Che questa non sia soltanto una Parola bella da ripetere, ma una decisione spirituale: “Signore, il fuoco, non si spegnerà nella mia vita, non si spegnerà nella mia casa, non smetterà nel mio servizio, non si spegnerà nella Chiesa del Signore”. Non perché siamo forti, ma perché Dio è fedele, non perché sappiamo produrre il fuoco, ma perché vogliamo custodire ciò che Lui ha acceso, non perché confidiamo nell’uomo, ma perché vogliamo mantenere Cristo al centro. Che il Signore ci dia un cuore umile, vigilante, ardente, un cuore radicato nella Parola, sensibile allo Spirito Santo, libero dalla ricerca della gloria umana. Preghiamo affinché, in un mondo rumoroso e confuso, la Chiesa continui a manifestare non il fuoco dell’uomo, ma il fuoco santo di Dio.

Pietro Di Giovanni

 

Risveglio Pentecostale – giugno 2026

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