Segni e prodigi: la storia dell’esegesi biblica ci consegna capitoli interi dedicati all’istruzione e all’edificazione cristiana, irrinunciabili per ogni cristiano desideroso di rimanere fedele all’Evangelo. Questi monumenti alla devozione si intrecciano con le controversie dottrinali, tra l’altro ciclicamente ricorrenti, come, ad esempio, il rapporto fra lo Spirito Santo e le Scritture, tema che ai nostri giorni è di grande attualità nell’ambito delle posizioni teologiche del movimento carismatico e neo-pentecostale. In particolare, questo scritto si propone di evidenziare nel seno dell’argomento accennato un aspetto, fra i tanti, esemplare: l’adozione di un metodo di interpretazione delle Scritture, che si può definire “silenzio-assenso”.
Il tema. «Mentre Dio stesso aggiungeva la sua testimonianza alla loro con segni e prodigi, con opere potenti di ogni genere e con doni dello Spirito Santo, secondo la sua volontà» (Ebrei 2:4), questo è il punto di partenza del nostro discorso. Il versetto si aggiunge alla nutrita schiera di menzioni neotestamentarie che affermano la realtà dei miracoli durante il ministero di Gesù, nell’ambito del primissimo cristianesimo e che ne assicurano il proseguimento lungo l’arco della storia. L’utilizzo di tre termini diversi merita una spiegazione.
Opere potenti: i Vangeli sinottici con questa parola indicano il potere divino di Cristo d’operare miracoli (5:17; 6:19; 8:46) e i miracoli stessi (Matteo 11:20; Marco 6:2-5; Luca 19:37). La parola di Cristo era sufficiente affinché le opere potenti avvenissero, anche se era richiesta la fede di chi li riceveva (Matteo 13:58).
Prodigi: accompagna l’altro termine: “segni”, evidenzia lo stupore, che gli interventi divini suscitano (Atti 2:22; 4:30; Romani 15:18-19).
Segni: l’uso è vario, pertanto di volta in volta è bene considerare il contesto. Per quanto riguarda l’argomento specifico basti affermare che i miracoli sono “segnali”, non atti formali ma sostanziali, per mezzo dei quali Dio si prefigge il raggiungimento di uno scopo. Durante il ministero terreno di Cristo i segni avevano lo scopo di additarLo quale Figlio di Dio (Giovanni 2:18,23). Nel libro degli Atti questi sono la testimonianza resa da Dio alla Parola di Grazia (Atti 4:16,22; 8:6,13; 14:3).
Il rapporto fra Spirito Santo e la Scrittura. Il collegamento fra Spirito Santo e la Scrittura non è limitato ai libri della Bibbia in forza dell’ispirazione verbale: “Ogni Scrittura è ispirata da Dio” (2 Timoteo 3:16), comporta anche la loro comprensione in virtù dell’illuminazione: “Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentre egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?»” (Luca 24:32).
L’illuminazione del credente non si concretizza in un incontro fisico con Cristo, ma richiede l’applicazione spirituale, cioè per fede, e intellettuale, del lettore delle Scritture. Insomma è un aiuto dello Spirito Santo durante l’attività umana: “E Paolo, com’era sua consuetudine, entrò da loro, e per tre sabati tenne loro ragionamenti tratti dalle Scritture” (Atti 17:2).
In continuità con questo indirizzo vige ancora oggi una regola fondamentale: “Ora, fratelli, ho applicato queste cose a me stesso e ad Apollo a causa di voi, perché per nostro mezzo impariate a praticare il non oltre quel che è scritto” (1 Corinzi 4:6).
Dalla breve ispezione biblica emerge che a fondamento della fede del cristiano vi è un dato oggettivo e concreto: le Scritture, esse sono luogo e limite della fede. “Non oltre” è il limite, perciò è necessario rimanere all’interno di quanto è scritto e si può leggere, senza oltrepassare il confine, al di là del quale si estende la pianura sconfinata delle ipotesi.
A scanso di equivoci: le Scritture non sono la gabbia dentro la quale gli uomini religiosi hanno recluso lo Spirito Santo impedendone con la loro incredulità la sovrana manifestazione, al contrario esse sono il giardino compiuto di Eden, nel quale il Paracleto ha posto ogni credente affinché nutra la sua anima e incontri Dio.
Il metodo del silenzio-assenso. Interpretare la genericità o l’assenza, vere o presunte, di riferimenti biblici a determinati argomenti, come giustificazioni per adottare metodi e usi stravaganti è una forma di valico del limite biblico. Ad esempio, leggere nella molteplicità e nella genericità apparente di significato delle parole utilizzate in Ebrei 2:4 la legittimazione di manifestazioni miracolose eccentriche, quali l’apparizione di polvere d’oro e di sostanze oleose nelle mani di credenti o l’improvvisa caduta per terra durante le funzioni religiose, per citare le più note, è uno sconfinamento rispetto al limite biblico.
L’uso dei termini in questione non è casuale, in alcuni casi è sinonimo, non è generico. Senza togliere nulla alla possibilità divina di operare miracoli e prodigi che non siano necessariamente guarigioni, tali opere soprannaturali devono però avere un riscontro biblico, altrimenti perché non aspettarsi cristiani evangelici stimmatizzati? Anzi, in quest’ultimo caso ci potrebbe anche aggrappare al riferimento in Galati 6:17, “Da ora in poi nessuno mi dia molestia, perché io porto nel mio corpo il marchio di Gesù”.
Il metodo di lettura del silenzio-assenso è una prateria, dove la fantasia può correre in lungo e largo e l’estro mistico sbizzarrirsi a proprio piacimento.
I miracoli soggiacciono alla pura saggezza divina e non, come istintivamente si sarebbe portati a credere, alla volontà d’intimorire o stupire. Essi sono un incoraggiamento alla fede, non la causa della fede: “E le folle unanimi prestavano attenzione alle cose dette da Filippo, udendo e vedendo i miracoli che egli faceva” (Atti 8:6), che non è fondata sul “visto” o sul “non detto” ma sulla chiarezza della rivelazione scritta: “Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare” (Efesini 2:20).
Salvatore Cusumano
Risveglio Pentecostale – ottobre 2025
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