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CULTO LIVE?

Non è sufficiente trasmettere un culto, la chiesa ha bisogno della vita comunitaria

Da quando il coronavirus ha spinto molte chiese a tenere i culti su piattaforme online, una significativa percentuale di fedeli ha smesso di frequentare le chiese. La percentuale più alta si registra tra i millennial, la generazione dei nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta.

Non è chiaro quale sia l’esatto motivo, ma davanti a un simile crollo di presenze bisogna necessariamente fermarsi a riflettere. Nell’andare in chiesa c’è qualcosa che non può essere semplicemente sostituito con un collegamento online. Quando si cerca di trasformare un culto in un live streaming qualcosa si perde, a cominciare da quel che accade all’esterno della chiesa, nell’attesa che inizi la riunione. Qualcosa di non pianificato, di spontaneo, come fermarsi a parlare con le persone per condividere qualcosa con loro.

Questa perdita di comunione ha avuto un impatto drammatico sulle chiese. Mentre il servizio di culto può essere trasmesso su larga scala e chiunque può guardarlo, non accade lo stesso per la comunione fraterna, il prodotto di poche persone distribuito a molti crea poca o nessuna partecipazione. Quel che non avviene con i culti videotrasmessi, avviene nell’edificio della chiesa, che ha il pregio di unire l’adorazione alla comunione e alla cura.

Essere membro del pubblico non è come essere membro di una chiesa: essere conosciuti e curati personalmente è un’esperienza che non si può riprodurre “su larga scala”. La comunità rende la presenza ai culti un’esperienza viva ed è quello di cui le persone hanno bisogno e che non si può ricevere online.

Forse è stato frainteso il motivo per cui il credente va in chiesa. Se è vero che il culto facilita la comunione, è vero anche che la comunione sostiene il culto. A motivo del lavoro, della scuola, della socialità, le persone partecipano già a tante videoconferenze e non sembrano disposte a privarsi della cura e del conforto ricevuti nella chiesa. Inevitabilmente, il culto live produce una perdita d’interesse nel credente, che inizia a cercare altrove il modo per soddisfare i propri bisogni, spirituali e relazionali.

Che cosa ci deve insegnare il crollo delle presenze nelle chiese? Innanzitutto a concentrare l’attenzione sul rapporto credente-comunità. L’edificio della chiesa promuove l’accoglienza e chi lo frequenta è davvero “interconnesso”. La pandemia ci ha portato via qualcosa, ma non deve avere l’ultima parola: ricominciamo dalla comunità locale.

Vincenzo Martucci

 

da Risveglio Pentecostale – marzo 2022