Meditazioni e articoli

I pentecostali italiani nella vicenda del protestantesimo

Nell’immagine della chiesa come una vite che col suo unico fusto legnoso si snoda nei filari dei secoli da dove pendono i grappoli d’uva, va constatato che il frutto del pentecostalismo ha potuto maturare grazie a quei moti di rinnovamento e dissenso che hanno attraversato il cristianesimo, manifestando “la ferma consapevolezza che la Parola di Dio debba essere al di sopra della Chiesa” (U. Castaldi, I movimenti di risveglio nel mondo protestante, Claudiana, Torino 1989, p.6). Questi “movimenti di risveglio”, messi in atto da persone desiderose di ritornare alla semplicità e al fervore della chiesa apostolica, sono per loro stessa natura istintivi, fluidi e si impongono come restauratori di quelle dottrine bibliche che nel tempo sono state adulterate tanto da non corrispondere più alla loro matrice originale, ossia la Bibbia. Nella storia dei movimenti di risveglio v’è una sorta di “genealogia spirituale” costituita da correnti sotterranee di diversi movimenti e fermenti di risveglio evangelico che si snodano nel tempo, come sosteneva Emilio Comba che sviluppò questa concezione della storia della Chiesa. Tra tutti questi movimenti religiosi (lollardi, hussiti, fratelli moravi, pietisti, i valdesi aderiranno alla Riforma con il sinodo di Chanforan del 1532) quello più importante fu senz’altro il “Protestantesimo” sorto nel XVI sec. dall’azione di “protesta” esercitata da Lutero e da tutti coloro che si identificavano nella sua ideologia, provenienti dall’Europa e vissuti in epoche differenti: i tedeschi Lutero, Ecolampadio, Melantone; l’alsaziano Bucero; gli svizzeri Zwingli e Bullinger; i francesi Calvino e Teodoro de Beza; lo scozzese Knox; lo slavo Flacco Illirico; gli italiani Vermigli e Zanchi; gli inglesi Wycliffe e Perkins; i boemi Hus e Girolamo da Praga; lo spagnolo Juan de Valdés.

La Riforma avviata da Lutero produsse una frattura nel cattolicesimo e consentì una trasformazione del modo di intendere e vivere l’esperienza religiosa cristiana; essa riuscì a lambire a malapena l’Italia e sfiorò la Spagna, due regioni che per collocazione geografica, ma soprattutto per la loro longeva tradizione cattolica, rimasero sotto il controllo del papato.

Questi fattori implicarono non solo la lontananza dalle agitazioni protestanti, ma anche il non coinvolgimento nelle sanguinose guerre che segnarono nel Seicento la storia europea e la mancata partecipazione ai dibattiti che insistevano su temi quali la libertà di coscienza, il liberalismo culturale, nonché i temi dell’Illuminismo. Di conseguenza l’arrivo del protestantesimo in Italia è “fatto recente” e fino ai moti risorgimentali del 1848 fu realtà “sconosciuta all’infuori di una informazione libresca”, parecchio sommaria e solitamente dai toni polemici.

Lo storico Giorgio Spini parla di una “eredità spirituale della Riforma in Italia” (cfr. I protestanti in Italia, EUN, Marchirolo 1965, pp.5-13) che si ricollegava ai movimenti di rinascita evangelica del Medioevo, in particolare quello valdese, che fu però stroncato e quasi annientato dalla persecuzione, salvo modesti nuclei come quello delle Valli Valdesi ridotti ad un’oscura e tribolata vita. Il secolo XVII lasciò un travagliato segno nel protestantesimo italiano, soprattutto fu significativa l’impronta lasciata sui valdesi dal loro lungo contatto con Ginevra, e in quel tempo non sarebbe stato possibile leggere la Bibbia in italiano, senza risalire a Giovanni Diodati (1576-1649), l’esule di nazione lucchese. «Innegabile dire che la Controriforma riuscì veramente a spazzare via la Riforma italiana del Cinquecento e che gli stessi superstiti valdesi sopravvissero soltanto confinati in una sorta di spazio-ghetto. Furono uomini venuti da lontano come Félix Neff e come Beckwith a scuotere il popolo delle Valli Valdesi. Sulle vie dell’esilio antichi carbonari o mazziniani incontrarono l’Evangelo, e nella sonnolenta Toscana dei Lorena venne recato l’influsso del Risveglio evangelico, come nel caso dei “fratelli” e del loro conte Guicciardini» (Ivi, p.9).

All’inizio dell’Ottocento in Italia si verificò un modesto risveglio evangelico indirettamente erede di quei movimenti popolani che reclamavano emancipazione e giustizia sociale, e in parte dovuto ai “nobili e penetranti” sentimenti liberali di coloro che animarono i moti del Risorgimento. Fu nelle inquietudini di quel periodo che venne riscoperto l’Evangelo in tutta la sua purezza originaria che conquistò i cuori di contadini e operai, che seppe parlare a pensatori come Bonaventura Mazzarella e Pietro Taglialatela, e a uomini più autorevoli come Lambruschini e Ricasoli, che sognarono un rinnovamento in senso evangelico del cattolicesimo. Il protestantesimo italiano ebbe come padri uomini lungimiranti della generazione risorgimentale come Paolo Geymonat e Alessandro Gavazzi, che sentirono i pericoli e lo scandalo della frantumazione denominazionale dell’evangelismo italiano. Successivamente la parabola di questo risveglio inizia la sua fase discendente fino ad un suo smorzamento e conseguente ristagno. Nel 1861 nacque il Regno d’Italia, e fu grazie all’aiuto di una minoranza evangelica che le scuole poterono aprire i loro cancelli agli analfabeti, inoltre gli evangelici raccolsero gli orfani, furono vicino agli immigrati, sostennero i più bisognosi, diedero contributi importanti nel settore della cultura, specie “nell’indagine storica o nella filologia biblica” per mezzo di uomini come Emilio Comba, Giovanni Sante Felici, Arnaldo Della Torre, Giovanni Luzzi. “Il clima predominante allora fra gli evangelici italiani fu spesso quello di un pietismo sentimentale ed un attivismo generoso, o magari di qualche avventurosa confusione fra la predicazione cristiana e le battaglie del laicismo anticlericale. Né si può negare che, almeno in qualche caso, non si facesse poi gran distinzione fra il rogo di Pietro Carnesecchi e quello di Giordano Bruno e fra lo spirito della chiesa cristiana e quello della loggia massonica” (Ivi, p.12). A questo periodo si fa risalire la sprezzante nozione del “massone-evangelismo”.

Sono passati 500 anni da quando il monaco agostiniano Martin Lutero, dopo un lungo travaglio spirituale interiore, nella notte del 31 ottobre 1517 affiggeva sul portone della chiesa di Wittenberg le sue “95 tesi” dal titolo De indulgentiarum virtute. Quell’atto diretto contro lo scandalo delle indulgenze e lo strapotere del papato mise in moto un processo irreversibile che porterà a rivitalizzare la parte della cristianità da tempo anestetizzata dal cattolicesimo e produsse il più importante scisma nella storia della chiesa cattolica, dopo quello di Costantinopoli nel 1054 (Scisma d’Oriente). Nel giugno 1520 papa Leone X emanava la bolla Exsurge Domine, dando a Lutero sessanta giorni di tempo per ritrattare le tesi, pena la scomunica. Per tutta risposta il 10 dicembre 1520 in segno di “protesta” Lutero bruciava nella pubblica piazza i volumi di diritto canonico e la stessa bolla papale. Convocato dall’imperatore Carlo V nella Dieta di Worms del 1521, per una conciliazione, il monaco eretico non ritrattò le sue tesi. L’Editto che ne seguì condannava espressamente Lutero, che venne tratto in salvo da Federico il Saggio, principe elettore di Sassonia. Si venne così a condensare attorno a Lutero un vasto consenso, tanto che i Principi elettori, dopo aver apertamente aderito alle sue idee, nell’aprile 1529 esprimevano il loro dissenso verso l’imperatore e i suoi sostenitori firmando con la “Protesta di Spira” una petizione contro il Reichsacht (il Bando Imperiale contro Lutero e la proscrizione delle sue opere e i suoi insegnamenti). La dottrina luterana divenne arma di lotta politica nelle mani dei principi tedeschi, che videro in essa la possibilità di sottrarsi all’autorità imperiale e di incamerare i beni ecclesiastici. Questo aspetto è ripreso da Roberto Bracco, uno dei primi pastori pentecostali, che traeva le seguenti conclusioni: «Il protestantesimo certamente è nato con Lutero e rappresenta l’espressione di rivolta del grande pensatore contro l’etica e contro la teologia del cattolicesimo dei suoi giorni. Ma da quel giorno il protestantesimo è rimasto essenzialmente un movimento spirituale che si obbliga ad esprimere un messaggio polemico. L’avvenimento storico accentrato nella persona e nel pensiero di Lutero costituiva, in quel periodo, una battaglia combattuta in difesa delle verità fondamentali del messaggio cristiano, spudoratamente offese da una immoralità e da un insegnamento che rappresentavano la più palese violazione della dottrina di Cristo. Il protestantesimo storicamente nella sua forma classica ha avuto, specie nella sua prima fase, un aspetto essenzialmente politico. Fuori del protestantesimo però sono esistiti, come anelli di una sola, ininterrotta catena, quei movimenti evangelici di risveglio che non sono nati per un fenomeno polemico e non si sono mai inseriti nella vita politica delle nazioni. Questi movimenti sono nati indifferentemente dopo la riforma, nel seno di paesi cattolici o di paesi protestanti dando cosi, con la loro genesi, una conferma che non rappresentavano una continuazione dell’una o dell’altra confessione pur assomigliando maggiormente a quella ove il messaggio dell’Evangelo era più onorato. Il “Risveglio Pentecostale” non trae la propria origine dalla riforma promossa da Lutero, che d’altronde non aveva originariamente intenzione di lasciare il cattolicesimo, ma da quel soffio misterioso del vento di Dio che ha dato vita attraverso i secoli ad una lunga catena di movimenti evangelici che nella semplicità apostolica hanno saputo far rivivere nel proprio seno – come scriveva il Buonaiuti nel proprio testamento spirituale – i carismi dello Spirito» (vd. R. Bracco, “Non siamo protestanti”).

Il Movimento Pentecostale, noto anche come Pentecostalismo, rappresenta il fenomeno di risveglio più vistoso e importante che si sia mai verificato in seno alla cristianità. Sebbene sia poco considerato, se non addirittura ignorato, dagli storici del cristianesimo – salvo quelli più attenti agli aspetti ereticali o scismatici – ha destato ultimamente l’interesse di qualche studioso. Di recente, il mutato linguaggio della chiesa cattolica, in particolare la visita di papa Francesco nel 2014 alla comunità pentecostale di Caserta guidata dal pastore Giovanni Traettino, ha riacceso i riflettori sui pentecostali. Ma il gesto del papa in realtà è rivolto a tutti i pentecostali che oggi nel mondo sono 470 milioni (cioè un terzo dei cristiani del pianeta) e il traguardo del mezzo miliardo di fedeli non sembra lontano. È a questa grossa fetta di cristianità che Bergoglio getta un ponte, invitando a superare le diffidenze e le differenze secondo il suo motto della “chiesa unita nella diversità”. Forse è passato in sordina, ma da quell’atto v’è stata una chiara presa di distanza da parte di denominazioni come l’Alleanza Evangelica Italiana, le Assemblee di Dio in Italia e la Chiesa Apostolica, le quali dopo aver ribadito l’inconciliabilità della visione evangelica con l’istituzione cattolica, hanno ulteriormente manifestato il loro disappunto in un loro comunicato stampa parlando di “insegnamenti incompatibili, come quello di una chiesa che si sente mediatrice di salvezza e che presenta altre figure come mediatrici di grazia, che ha aggiunto dogmi (come quelli mariani) alla fede una volta e per sempre trasmessa ai santi”.

In Italia attualmente la terza grande aggregazione cristiana è costituita dai pentecostali (dopo cattolici e protestanti classici) e 3 protestanti su 4 sono pentecostali; questo dato ha costretto i sociologi delle religioni ad ammettere il totale fallimento dei loro pronostici e a riformulare le previsioni sul futuro del cristianesimo nel XXI sec. Inoltre, secondo calcoli statistici, si presume che entro il 2025 i pentecostali possano arrivare a raggiungere addirittura la metà dei cristiani nel mondo (cfr. M. Introvigne, P. Zoccatelli, Enciclopedia delle Religioni, Elledici, Torino 2001, p.217). Harvey Cox, sociologo e teologo battista dell’Università di Harvard, nel suo saggio (Fire from Heaven, Addison-Wesley, Reading MA 1995, pp.346) non solo denunciò il fatto che i pentecostali siano tanto numerosi quanto poco studiati e conosciuti da altri cristiani, ma evidenziò come questo costituisca uno dei fatti più rilevanti e sorprendenti (se non addirittura scandalosi) della cristianità contemporanea. Cox sosteneva che «le previsioni sulla secolarizzazione degli anni 1970 e 1980 (comprese le sue) erano sbagliate, perché tutta l’attenzione si era concentrata sulle denominazioni “storiche” in crisi, e si erano curiosamente ignorati i successi dei pentecostali» (M. Introvigne, I pentecostali, Elledici, Torino 2004, p.9).

Sarà l’America la culla del Pentecostalismo, una terra dove fu feconda l’attività missionaria protestante europea intrapresa fin dal XVII sec. con varie iniziative. Il movimento pentecostale italiano affonda le proprie radici nel cosiddetto Revivalismo americano, ossia l’insieme di tutti quei vivaci movimenti di risveglio che si ebbero in America nel sec. XIX, in particolare il Movimento di Santità (holiness), un coacervo di evangelici provenienti dalle più disparate denominazioni. A favorire la nascita del movimento pentecostale vi fu il fenomeno dell’immigrazione economica che si verificò nello stesso periodo negli Stati Uniti d’America. Qui convivevano differenti chiese evangeliche di estrazione protestante che da tempo erano intimamente travagliate al loro interno, avendo perduto il fervore religioso che le aveva generate, ma alcuni evangelici, anziché invischiarsi in sterili discussioni teologiche, davanti alle tristi condizioni spirituali in cui versava il protestantesimo americano, scelsero di consacrarsi alla preghiera personale, a una vita di santità e attendevano a un rinnovato risveglio. Questa presa di posizione segnerà la svolta, favorendo il sorgere di gruppi che promuovevano iniziative volte alla ricerca di un cristianesimo autentico che potesse liberare gli uomini dal formalismo religioso nel quale le chiese secolarizzate li avevano imprigionati. Determinante per la nascita del Pentecostalismo sarà la dottrina del “battesimo nello Spirito Santo” con l’evidenza iniziale del dono delle lingue manifestatosi nel 1901 in Agnese Ozman, una ragazza che frequentava la Scuola Biblica “Bethel” a Topeka (Kansas) diretta dall’ex pastore metodista Charles Fox Parham. Sebbene egli possa considerarsi il “padre” del movimento pentecostale negli USA, «la data di inizio del movimento è generalmente considerata il 9 aprile 1906 quando a Los Angeles, nell’ambito di una comunità afroamericana guidata dal predicatore William J. Seymour, si ripeté l’esperienza dell’effusione dello Spirito Santo con la manifestazione della glossolalia (l’uso spontaneo di lingue sconosciute), come era avvenuto il giorno della Pentecoste (cfr. Atti degli apostoli cap.2). La comunità, che si riuniva precedentemente in case private, crebbe fino a dover affittare una vecchia chiesa metodista in Azusa Street. L’impatto del risveglio di Azusa Street fu enorme: a Los Angeles si riversarono migliaia di cristiani, desiderosi di tornare all’esperienza della chiesa delle origini. Il movimento assunse da subito una dimensione di massa e si diffuse in tutto il mondo con la nascita delle prime chiese pentecostali» (F. Ferrario, P. Gajewski, Il Protestantesimo contemporaneo, Carocci, Roma 2007, p.126).

Il fuoco della Pentecoste si riattivò quindi sulle braci delle chiese protestanti presenti da anni sul suolo americano e che negli anni erano state coperte dalla grigia cenere della religiosità. Ad aderire alla fede pentecostale promossa dal risveglio di Azusa troviamo numerosissimi nostri connazionali che erano nel suolo statunitense per via dell’immigrazione. Tra questi vi erano Luigi Francescon e Giuseppe P. Beretta, che avevano lasciato la “Chiesa Presbiteriana” di Chicago (fondata dal pastore valdese Filippo Grill) per formare l’Assemblea Cristiana italiana, una chiesa indipendente costituitasi ufficialmente nel 1907; inoltre c’erano Giacomo Lombardi, Pietro Ottolini e la moglie Emma Pacini, Lucia De Francesco Menna, Michele Palma, Massimiliano Tosetto, Umberto Gazzeri, Demetrio Cristiani. Tutti loro avranno un ruolo fondamentale per la diffusione del messaggio pentecostale italiano. “A New York era entrato in contatto con i pentecostali anche il giurista e già pastore battista Giuseppe Petrelli che avrà un ruolo di primo piano nell’elaborazione teologica del pentecostalismo indipendente italiano” (Ivi, p.126); la sua visione mistica della chiesa e del cristianesimo sarà all’origine di una frattura ad oggi mai risanata. L’affermazione dei pentecostali in Italia non fu tanto la buona riuscita di una campagna propagandistica (il primo a mettere piede in Italia come missionario fu G. Lombardi nel 1908) bensì la conseguenza di un lungo e travagliato processo di determinazione di una spiccata identità cristiana. A differenza dei paesi del Nord Europa, disponibili a misurarsi con una realtà evangelica differente – e dove la penetrazione del protestantesimo aveva modificato culturalmente il tessuto sociale offrendo un terreno meno ostile alle iniziative di evangelizzazione – in Italia i pentecostali trovarono un ambiente refrattario caratterizzato dall’egemonia del cattolicesimo. Aderire alla fede pentecostale per gli italiani di allora voleva dire uscire dal mantello della chiesa cattolica, assumere una posizione nei confronti di una società dominata da pratiche devozionali e tradizionali; il loro rifiuto a battezzare i bambini, partecipare alla messa, adorare le statue, riconoscere il papa come capo della chiesa, ecc. valse l’accusa di eresia. Quando in Italia comparvero i pentecostali, in pochi si accorsero di loro, vissero in totale autonomia e in ragione della loro “struttura molecolarizzata” non beneficiarono nemmeno della Legge sui culti ammessi del 1929.

La chiesa cattolica romana, forte della sua nuova posizione – grazie ai privilegi concessi dal regime fascista con i Patti Lateranensi – e allarmata dal crescente proselitismo delle campagne evangelistiche, aizzò le autorità contro i pentecostali. Fu quindi un clero ostile e sempre più intransigente verso quella fede “intrisa di protestantesimo” che avviò una durissima persecuzione che vide il suo culmine con la chiusura dei locali di culto e la proibizione di ogni riunione, come decretato dalla circolare Buffarini Guidi del 9 aprile 1935 che vietava in tutto il Regno il culto pentecostale «essendo risultato che esso estrinseca e concreta in pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza». Denunciati dai parroci, molti pentecostali furono arrestati, altri assegnati al confino politico, alcuni morirono in carcere, uno in un campo di concentramento. Con la caduta del fascismo si determinerà una tregua, ma gravi atti di intolleranza continueranno ben oltre la nascita della Repubblica. Dopo la definizione del quadro normativo in materia di libertà religiosa, nonostante i forti contrasti, i pentecostali sfilacceranno il plurisecolare dominio della chiesa cattolica come “la sola religione di stato”, richiamandosi anche ai principi della Riforma Sola Gratia, Sola Scriptura, Sola Fide, introdurranno il loro modo di essere evangelici, o se si vuole semplicemente “cristiani”, affiancandosi alle storiche confessioni evangeliche protestanti come valdesi, metodisti, battisti, avventisti del 7° giorno.

Nel 1947 la maggioranza dei pentecostali italiani aderì alla struttura organizzativa delle “Assemblee di Dio in Italia”, che dopo varie vicissitudini e lungaggini burocratiche ottenne il riconoscimento giuridico nel 1959 e siglò l’intesa con lo Stato nel 1986, trasfusa nella Legge n. 517 del 1988. Tre le denominazioni più rappresentative del panorama pentecostale vanno annoverate l’Assemblea Cristiana “Alfa e Omega”, le Elim, la Chiesa di Dio, la Parola della Grazia, la Chiesa apostolica in Italia, il movimento “Nuova Pentecoste” di Aversa, le Chiese nella valle del Sele e dell’Irno, la chiesa evangelica “Gesù Cristo è il Signore” di Catania, la chiesa di Giugliano, ecc. che si identificano tutte nella “Federazione delle Chiese Evangeliche Pentecostali” costituitasi nel 2000. Infine vanno ricordati gli “zaccardiani”, le chiese libere e le “Congregazioni Cristiane Pentecostali” che non si identificano in nessuna sigla denominazionale, non hanno una struttura unitaria, vivono in gruppi e comunità libere.

Il sociologo delle religioni Massimo Introvigne, direttore del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), seguendo le tesi dei sociologi americani Roger Finke e Rodney Stark (The Churching in America, Rutgers University Press, New Brunswick NJ, 1992), ripropone lo schema di tre protestantesimi, collocando i pentecostali in un quarto. Il primo protestantesimo storico è costituito dalle comunità nate direttamente dalla Riforma che si scagliò contro Umanesimo e Rinascimento, apportatori di modernità e di un diffuso rinnovamento culturale che penetrò nella chiesa cattolica. Al secondo protestantesimo evangelicale fanno capo i movimenti di risveglio sorti in seno alle chiese evangeliche figlie del primo e che denunciarono la mancanza di fervore spirituale (dalle comunità luterane si generarono i “pietisti”, dagli anglicani i “metodisti”, dai presbiteriani i “battisti”) e fu una reazione contro l’Illuminismo e il suo razionalismo. Il terzo protestantesimo di risveglio è composto dai molteplici movimenti che considerano ormai istituzionalizzate e fredde le comunità nate dai risvegli del secondo e confluiscono nel movimento holiness (santità) dove predomina la ricerca della “perfezione della vita cristiana” e la lettura fondamentalistica della Bibbia; gradualmente si organizza in denominazioni autonome che si oppongono al “liberalismo” teologico e morale delle chiese antiche generate dai precedenti protestantesimi. Il quarto protestantesimo è formato dalla corrente pentecostale-carismatica sorta nel XX sec. dove è centrale l’esperienza del battesimo nello Spirito Santo che si caratterizza dalla struttura network con difficoltà di pervenire a forme di organizzazione ben strutturate. Figli di un risveglio evangelico che supera le cesure storiche, non ci pare che i pentecostali si identifichino in questa schematizzazione asciutta e dai contorni tutt’altro che definiti.

a cura di Giuseppe Criscenti