Meditazioni e articoli

il sacrificio di Cristo

“Così pure, i capi dei sacerdoti con gli scribi e gli anziani, beffandosi, dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Se lui è il re d’Israele, scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui»” [Matteo 27:41-42]

I capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani in realtà stavano proponendo “un tipo di fede”, come possiamo notare dall’espressione “…scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui” (v.42). Si tratta di un tipo di credenza che riteneva addirittura possibile un miracolo: un moribondo, inchiodato mani e piedi alla croce, che si libera, sottraendosi al mezzo del suo supplizio, strumento che presto lo avrebbe ridotto cadavere! Proponevano altresì “una forma di cristianesimo”: “… scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui”, cioè crederemo in Cristo, Colui che dal punto di vista storico è da molti studiosi considerato il fondatore del cristianesimo. La tentazione di ricevere una salvezza escludendo il sacrificio di Cristo, senza cioè dover sperimentare il ravvedimento dal peccato sulla base della virtù espiatrice e propiziatrice dell’opera di Gesù Cristo, è dunque antica, ma è altresì remota l’idea di una vita cristiana che sa più di adesione ideale ad una religione, ad un credo, invece che di autentica conversione, frutto della trasformazione del cuore e della condotta, sostenuta da una certezza assoluta e inamovibile di vita eterna.

IL SACRIFICIO DI CRISTO E IL SUO VALORE

Il sacrificio di Cristo era indispensabile ai fini della salvezza dell’essere umano! Dio avrebbe potuto ignorare il peccato, voltarsi dall’altra parte, far finta di non vederlo, insomma tollerarlo, ma perché potesse essere perdonato occorreva l’espiazione della colpa, bisognava dare corso alla sanzione inflitta al peccatore dall’infallibile tribunale divino, all’estrema conseguenza del peccato, cioè al suo salario, vale a dire la morte. Il peccato andava castigato in quanto odioso e vergognoso: Tu hai amato la giustizia e hai odiato l’iniquità” (Ebrei 1:9); perché soltanto attraverso lo spargimento del sangue innocente di una persona eccellente e senza peccato, di una vita immacolata e infinitamente sussistente, c’è perdono, poiché “senza spargimento di sangue non c’è perdono” (Ebrei 9:22). Soltanto il sacrificio di Gesù Cristo è allo stesso tempo “totalmente espiatorio”: “Perciò, egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo” (Ebrei 2:17) ed “efficacemente propiziatorio”: “Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2). “Espiare” ha a che fare con la giustizia di Dio. “Propiziare” ha a che vedere con la santità di Dio. “Espiare” riguarda il rimedio al male e al peccato, attiene quindi alla rimozione del peccato e della colpa. Se il peccato è stato rimosso, Dio non ha più alcun conto in sospeso con il credente per il peccato commesso. “Propiziare” si riferisce alla soddisfazione della persona offesa. Con la propiziazione Dio è sempre ben disposto verso di noi e pienamente, completamente soddisfatto di noi in Cristo Gesù! L’ira di Dio è stata così “scaricata” su Cristo in maniera totale e completa, causando l’”abbandono”: “E, verso l’ora nona, Gesù gridò a gran voce: ‘Elì, Elì, lamà sabactàni?’ cioè: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’” (Matteo 27:46). Perciò, sia l’espiazione sia la propiziazione sono frutto del sacrificio di Cristo sulla croce. La nostra morte potrebbe soltanto pagare per la pena, cioè per la punizione del nostro peccato, ma non avrebbe alcuna facoltà di acquistarci il perdono del peccato, tanto meno la comunione con Dio o anche una vita santa, consacrata e men che meno la vita eterna, insomma con la nostra morte resteremmo nella morte! Il sacrificio di Cristo permette al peccatore ravveduto di incontrare un Dio il cui volto risplende di favore e di benevolenza, che lo accompagna per tutta la vita con la Sua grazia e con la Sua provvidenza, è stato tutto risolto sulla croce da Cristo Gesù!

IL SACRIFICIO DI CRISTO E LA VITA CRISTIANA

Una fede che esclude il sacrificio di Cristo risulterà anche comoda, perché spazza via dalla prospettiva terrena la deprecata, da alcuni, necessità del ravvedimento e cancella dallo scenario dell’eternità la separazione senza fine da un Dio santo e buono, giusto e misericordioso, ma in pratica si rivela falsa, ingannevole, illusoria e impotente. Una fede che omette il sacrificio espiatorio di Gesù sulla croce ci lascerà in eredità un uomo con poteri straordinari, capace di risolvere tutti i problemi di salute fisica, di piaghe sociali, di emergenze umanitarie, (Gesù infatti prima e senza la croce ha guarito, sfamato, liberato, consolato uomini e donne di ogni estrazione e ceto sociale), ma non ci garantirà la liberazione dal male più grande, il peccato e la sua estrema conseguenza, la morte. Ci provvederà una sorta di “nuovo paradiso terrestre”, ma non potrà assicurarci l’accesso a quello celeste! Una fede che cancella il sacrificio di Cristo produrrà una vita cristiana priva di gratitudine, di consacrazione, di riverenza per il Signore e per la Sua Parola, di amore per il Suo popolo e per le cose spirituali, perché il credente non si considererà “un tizzone strappato dal fuoco” (cfr. Zaccaria 3:2). Infatti, sapendo di essere stato come Lot misericordiosamente strappato dal fuoco, cioè come frutto di grazia e non di merito, tanto che siccome “indugiava… quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, perché il Signore lo voleva risparmiare” (Genesi 19:16), allora vivrà una vita colma di gratitudine, di consacrazione e di servizio, nonché di gioia. Sapendo di essere scampato dal fuoco dell’altare come Isacco per un sacrificio sostitutivo, per i credenti quello della persona immacolata di Cristo Gesù, vivrà una vita piena di timore, di sottomissione e di ubbidienza. Sapendo che come i figli di Core, che “non perirono” (Numeri 26:11), anche lui è scampato dal fuoco della distruzione, marcherà sempre maggiormente le distanze dal peccato, lodando continuamente il Signore, come appunto i figli di Core, memori com’erano delle perniciose conseguenze che l’iniquità comportava, che rimasero stampate nella memoria di quegli uomini usati da Dio per comporre salmi di lode e di ringraziamento.

IL SACRIFICIO DI CRISTO E LA SANTIFICAZIONE

Il bisogno più grande che un credente avverte subito dopo la salvezza è la “pietà”, l’esercizio del culto personale e privato che produce una vita consacrata, una condotta esemplare, una devozione quotidiana che deve essere svolta non innanzi tutto come testimoni, servitori di Cristo, ma in qualità di figli adottati nella famiglia di Dio, che amano stare con il proprio Padre celeste. E la pietà, cioè una fede vissuta nella continua devozione a Dio, che produce trasformazione dei pensieri, delle parole e della condotta, non si può vedere se non in virtù del sacrificio di Cristo, perciò l’Apostolo Paolo collega la pietà all’opera compiuta dal Salvatore: “Senza dubbio, grande è il mistero della pietà: Colui che è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra le nazioni, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria” (I Timoteo 3:16)! Non possiamo vedere la nostra vita cambiata per il nostro esercizio quotidiano, per le nostre virtù di carattere, per le nostre capacità, i nostri talenti naturali, la nostra forza di volontà, ma per le virtù del sacrificio di Cristo sulla croce, che vengono quotidianamente applicate alla nostra vita dallo Spirito Santo: “E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” (2 Corinzi 3:18). La salvezza è incentrata tutta su Cristo, Egli è il nostro sufficiente Salvatore, per il Suo sacrificio siamo perdonati, purificati, giustificati, rigenerati, adottati nella famiglia di Dio, ma anche la santificazione ruota tutta intorno al sacrificio di Cristo: è cristocentrica l’una, così come lo è l’altra.

IL SACRIFICIO DI CRISTO E LA PREDICAZIONE

Anche una predicazione che scade semplicemente nell’oratoria o che si prefigge di intrattenere anziché convertire e che deroga dall’annuncio del Vangelo è una seduzione da scongiurare: “Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza” (2 Corinzi 2:3,4). Non è nemmeno auspicabile la mutazione genetica, tollerata e a volte anche incoraggiata, della missione della chiesa in qualcos’altro che non sia il sostegno della verità, innanzitutto nell’annuncio del Vangelo, unica speranza del mondo. Occorre evitare un approccio antropologico, che pone l’enfasi esclusivamente sulla cultura, la preparazione accademica, la conoscenza meramente intellettuale, e che esalta quindi l’uomo, i suoi successi, i suoi traguardi raggiunti, che però non può né salvare, ma ha bisogno di essere salvato, né edificare, perché lo può soltanto se parla da parte di Dio, ma bisogna ritornare ad un approccio cristologico e pneumatologico della predicazione, quello biblico e pentecostale: “E io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunziarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso. Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (I Corinzi 2:1-5: notare che il termine “potenza” utilizzato due volte nel brano è lo stesso di Atti 1:8!). I cuori si possono schiudere alla salvezza, alla consacrazione, al servizio solo mediante un annuncio fedele del Vangelo, perché esso stesso è “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Romani 1:16, anche qui il temine “potenza” è lo stesso di Atti 1:8!), nella potenza dello Spirito Santo e non con discorsi persuasivi di sapienza umana. Deve essere una scelta, un proponimento fermo, consapevole “… poiché mi proposi di non sapere altro tra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso” (v. 2), perché quello che sceglieremo quello avremo!

Eliseo Cardarelli