Meditazioni e articoli

RELIGIOSITÀ SENZA RELIGIONE

I nomi di Nadab e Abiu non sono tra i più conosciuti della Bibbia. Si tratta di due dei quattro figli del fratello di Mosè, Aaronne, e sua moglie Eliseba. Nati in Egitto, dovevano essere uomini maturi all’epoca dell’Esodo, dato che il loro padre aveva 83 anni quando parlò al Faraone con Mosè e 123 quando morì sul monte Or. Nadab significa “generoso, volenteroso; nobile”, Abiu “padre è egli”, cioè “adoratore di Dio”. Nomi significativi, ma che non corrisposero alla loro vita.

Oltre che essere elencati nelle Sacre Scritture nelle liste delle discendenze, genealogie, Nadab e Abiu sono menzionati solo in relazione a tre brevi eventi. Sufficienti, però, a rendere indicative le loro esperienze con lezioni spirituali. Che cosa si può imparare dalla loro condotta? L’apostolo Paolo scrisse che “queste cose avvennero loro per servire da esempio e sono state scritte per ammonire noi, che ci troviamo nella fase conclusiva delle epoche”. Nadab e Abiu sono accennati come dei privilegiati, perché conobbero il Signore in modo unico ed eccezionale al principio dell’esodo d’Israele nel deserto.

Prima di tutto, Nadab e Abiu, insieme ai loro fratelli, sono citati come figli del primo sommo sacerdote d’Israele Aaronne, fratello di Mosè. Come tali, condivisero onori e oneri poiché erano con lui associati nel sacerdozio per sempre. Nadab era primogenito e prossimo nella linea di successione quale sommo sacerdote dopo la morte del padre Aaronne.

Secondariamente, furono presenti alla manifestazione di Dio con Mosè, Aaronne e settanta “anziani” d’Israele sul monte Sinai. Ebbero l’onore d’essere fra i cosiddetti “eletti”, capi d’Israele, molto più anziani di loro, che ebbero la visione del Signore: “Salirono e videro il Dio d’Israele. Sotto i suoi piedi vi era come un pavimento lavorato in trasparente zaffiro, e simile, per limpidezza, al cielo stesso. Ma egli non stese la sua mano contro quegli eletti dei figli d’Israele; anzi essi videro Dio, e mangiarono e bevvero” (Esodo 24:9-11).

In terzo luogo, l’anno seguente, Aaronne e i suoi quattro figli furono insediati quali sacerdoti, in un imponente servizio a cui assistette tutto Israele. Questo fece di nuovo avere un’insolita preminenza a Nadab e Abiu. Tutt’e cinque dovettero rimanere all’ingresso della tenda di convegno per sette giorni. L’ottavo giorno essi cominciarono ad agire come sacerdoti, offrendo sacrifici a favore d’Israele (Levitico 8:1-9:24). Certamente, prima che l’ottavo giorno fosse finito, Nadab e Abiu agirono di loro iniziativa. Considerarono alla leggera quei culti solenni agendo con superbia e ambizione? Presuntuosamente, “Nadab e Abiu figli d’Aaronne, presero ciascuno il suo turibolo, vi misero dentro del fuoco, vi posero sopra dell’incenso, e offrirono davanti al Signore del fuoco estraneo, diverso da ciò che egli aveva loro ordinato. Allora un fuoco uscì dalla presenza del Signore e li divorò; così morirono davanti al Signore” (Levitico 10:1-2). Ai due costò molto caro non aver apprezzato la loro posizione.

Il fuoco da loro offerto fu definito estraneo per almeno cinque motivi.

Primo perché non offerto dall’altare previsto: “Poi prenderà un turibolo pieno di carboni accesi, tolti dall’altare (di rame) davanti al Signore, e due manciate di incenso aromatico polverizzato; e porterà ogni cosa di là dalla cortina” (Levitico 16:12).

Secondo perché offerto di propria iniziativa, mentre era un dovere del padre Aaronne, il Sommo Sacerdote.

Terzo perché offerto senza spiritualità interiore. Avevano i paramenti, ma non la scrupolosità con cui Mosè serviva, dodici volte nei capitoli 8 e 9 del Levitico è detto: “Come l’Eterno aveva loro ordinato”.

Quarto perché l’offerta fu presentata come atto di presunzione contro il padre Aronne, incaricato divino.

Quinto perché il fuoco fu offerto fuori orario: “Aaronne vi brucerà sopra dell’incenso aromatico; lo brucerà ogni mattina, quando riordinerà le lampade. Quando Aaronne accenderà le lampade sull’imbrunire, lo farà bruciare; sarà il profumo quotidiano davanti al Signore, di generazione in generazione” (Esodo 30:7-8).

Perché Dio non accettò l’offerta? Perché la vera religione è stabilita dal Signore e non dagli uomini. La foglia di fico con cui Adamo ed Eva rimediarono alla propria nudità, fu sostituita dal Signore con una tunica di pelle perché “senza spargimento di sangue non c’è remissione”: Lui provvide il rimedio. Spesso alcuni contestano a coloro che sono in posizione di leadership, quello che dovrebbe fare, invece di apprezzare semplicemente il bisogno di essere guidati. Questa persone, illudendosi, ritengono di non avere necessità di rivolgersi ad altri per consiglio. Evidentemente, Nadab e Abiu si sentirono così. Agirono diversamente dallo zio Mosè che accettò il consiglio del suocero per non esaurirsi: “Ascolta la mia voce; io ti darò un consiglio, e Dio sia con te: sii tu il rappresentante del popolo davanti a Dio, e porta a Dio le loro cause”.

Come tanti, furono esempi di “religiosità senza religione”, ovvero “aventi l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza”. Certamente l’uso errato del termine “religione” ha provocato dei danni gravi, tanto da cambiarne il significato, portando questa parola ad una accezione negativa. Anche tra i credenti si afferma erroneamente che il Cristianesimo non è una religione, ma una fede, che è anche vero, ma la parola “religione” è citata tre volte nelle Scritture.

Di religione accennò un governatore romano che non sapeva decidersi circa le accuse mosse all’apostolo: “Essi avevano contro di lui certe questioni intorno alla propria religione e intorno a un certo Gesù, morto, che Paolo affermava essere vivo” (Atti 25:19).

Di religione parlò poi Paolo riguardo alla propria fede prima di essere cristiano: “perché mi hanno conosciuto fin da allora, e sanno, se pure vogliono renderne testimonianza, che, secondo la più rigida setta della nostra religione, sono vissuto da fariseo” (Atti 26:5).

Di religione, infine, scrisse Giacomo fratello del Signore che la distinse in “vana” e “pura”: “Se uno pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua e inganna sé stesso, la sua religione è vana. La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo” (Giacomo 1:26-27). Dunque non ha sempre senso negativo.

Diversa dalla religione, citata nelle Sacre Scritture, è la “religiosità”. Può essere definita un prodotto culturale, un insieme di dottrine, precetti, divieti, concetti, insegnamenti umani. Gesù ne parlò come di una inutilità: “Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.

Religiosità è quella dei credenti di Corinto che l’apostolo Paolo stigmatizzò dicendo: “Voi guardate all’apparenza delle cose”. Una realtà negativa che sarà vinta nel regno millenniale di Cristo in Terra: “Respirerà come profumo il timore del Signore, non giudicherà dall’apparenza, non darà sentenze stando al sentito dire”. 

La “religiosità” porta spesso a conclusioni errate: “L’importante è avere una religione”, “Non è molto importante quello in cui credo, l’importante è essere una buona persona”. La Bibbia definisce religiosi i convenuti alla festa di Pentecoste con i centoventi: “Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo”. Paolo usò lo stesso termine anche in relazione alla religiosità pagana: “E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi»”. I religiosi senza religione dimenticano che la parola “religione” (dal latino religio) indica un insieme di credenze, sentimenti, riti che definiscono il rapporto dell’uomo con la divinità e con oggetti, fenomeni, atti ad essa collegati. Quindi Nadab e Abiù furono dissacranti e in realtà senza religione vera, non attenendosi alle disposizioni divine per il culto a Dio. Può darsi che alla loro mancanza di rispetto per il loro servizio sacerdotale abbia contribuito il bere vino o altra bevanda alcolica. Questo poté farli sentire leggeri e indurli a offrire fuoco illegittimo. Ciò pare essere implicito nelle istruzioni che Dio diede ad Aaronne poco dopo l’episodio che si sta considerando: «Tu e i tuoi figli non berrete vino né bevande alcoliche quando entrerete nella tenda di convegno, altrimenti morirete; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; e questo, perché possiate discernere ciò che è santo da ciò che è profano e ciò che è impuro da ciò che è puro, e possiate insegnare ai figli d’Israele tutte le leggi che il Signore ha date loro per mezzo di Mosè» (Giacomo 1:26-27). 

Inoltre, da Nadab si impara l’implicito avvertimento per tutti i figli primogeniti di non avere eccessiva considerazione di se stessi. Allora il primogenito aveva diritto alla doppia parte di eredità, al compito di sacerdote in famiglia, di capo della famiglia, nonché guida nella difesa militare. È probabile che per questo motivo prese queste iniziative a riguardo. Tra altri figli primogeniti, che non finirono bene il proprio compito, ci furono Caino, primogenito di Adamo; Esaù, primogenito d’Isacco; Ruben, primogenito di Giacobbe e Amnon, primogenito del re Davide.

Del primogenito Caino è narrato: “Ma non guardò con favore Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato, e il suo viso era abbattuto…Un giorno Caino parlava con suo fratello Abele e, trovandosi nei campi, Caino si avventò contro Abele, suo fratello, e l’uccise”.

Del primogenito Esaù è scritto: “Che nessuno sia fornicatore, o profano, come Esaù che per una sola pietanza vendette la sua primogenitura”.

Del primogenito Ruben è annotato: “Ma siccome profanò il letto di suo padre, la sua primogenitura fu data ai figli di Giuseppe”.

Del primogenito Amnon è riferita la sua violenza verso Tamar sua sorella: “Ma egli non volle darle ascolto e, essendo più forte di lei, la violentò e si unì a lei”.

In questo racconto è contenuto anche un avvertimento contro la presunzione, poiché illustra il principio: “Venuta la superbia, viene anche l’infamia; ma la saggezza è con gli umili” (Proverbi 11:2). Se si è favoriti con speciali privilegi o si riceve insolita visibilità o preminenza, non bisogna lasciare che questo produca un’opinione troppo alta di se stessi: “Non v’ingannate: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi. Ridiventate sobri per davvero e non peccate; perché alcuni non hanno conoscenza di Dio; lo dico a vostra vergogna” (1 Corinzi 15:33-34). 

Nella storia di Nadab ed Abiu, “religiosi senza religione”, c’è anche un insegnamento per tutti i giovani a mostrare rispetto agli anziani e rivolgersi a loro per avere guida, specialmente a genitori che temono Dio. I giovani dovrebbero badare che non sorga fra loro il “divario generazionale”, poiché questo contribuisce a farli agire male. La Parola di Dio consiglia chiaramente: “Onora tuo padre e tua madre”. Il Saggio scrisse nei Proverbi biblici: “Figlio mio, osserva i precetti di tuo padre, e non trascurare gli insegnamenti di tua madre”. E, infine, c’è l’avvertimento del pericolo di essere indebitamente influenzati dalle bevande alcoliche. È vero che la Bibbia dice che è un dono di Dio “il vino rallegra il cuore dell’uomo”, ma nella sobrietà del suo consumo: “Bisogna che il vescovo (pastore) sia… non dedito al vino”. Non è saggio assumere vino o altra bevanda alcolica quando si hanno ministeri da esercitare, servizi da svolgere per la Chiesa; c’è bisogno di avere fermo dominio di tutte le facoltà mentali e fisiche e poter pensare con chiarezza. L’alcool indebolisce i processi mentali, toglie da uno stato di realtà e stimola le emozioni. Il saggio Salomone osservò: “Il vino è schernitore, la bevanda alcolica è turbolenta, chiunque se ne lascia sopraffare non è saggio”. 

Nadab e Abiu sono esempi di religiosità senza religione. L’invito divino è invece: “Siamo riconoscenti, e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore!”.

Davide Di Iorio

da Risveglio Pentecostale aprile 2020 – l’intero numero è disponibile su

Risveglio Pentecostale – Aprile 2020 (pdf)