Meditazioni e articoli

Semplici domande

Gesù non sapeva di Giacomo e Giovanni?

Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nella tua gloria». Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» Essi gli dissero: «Sì, lo possiamo»… I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni (Mc 10:35-38,41). Richieste assurde, proposte insensate che portano scompiglio in una comunità.

Gesù non sapeva di Pietro?

E subito, per la seconda volta, il gallo cantò. Allora Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detta: «Prima che il gallo abbia cantato due volte, tu mi rinnegherai tre volte». E si abbandonò al pianto (Mc 14:72). Il fatto è presente in tutti e quattro i vangeli. Questo fa comprendere la tragicità dell’evento. Ci fa comprendere quanto è difficile, tante volte, far seguire i fatti alle parole dette e alle promesse fatte.

Gesù non sapeva di Giuda?

Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei dodici, e insieme a lui una gran folla con spade e bastoni, da parte dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo. Colui che lo tradiva, aveva dato loro un segnale, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; prendetelo» (Matteo 26:47,48). Siamo al culmine del tradimento. Baciare il Maestro, fingendo amore. Quante volte avviene fra credenti della stessa comunità?

Gesù non sapeva di chi avrebbero gridato: “Crocifiggilo?”

Allora essi gridarono: «Toglilo, toglilo di mezzo, crocifiggilo!» Pilato disse loro: «Crocifiggerò il vostro re?» I capi dei sacerdoti risposero: «Noi non abbiamo altro re che Cesare» (Giovanni 19:15). Toglilo di mezzo, non vogliamo sapere più nulla dei suoi insegnamenti, delle sue parabole, dei suoi miracoli. Basta, siamo stufi. Non è altro che il grido che si eleva da oltre duemila anni da varie parti della terra quando è annunciato l’Evangelo.

Gesù non sa di noi?

Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Romani 5:7,8). Gesù sa bene quanto ogni uomo è peccatore. Quanto me e il caro lettore o lettrice, che sta leggendo proprio queste pagine, siamo peccatori e peccatrici. Peccatori bisognosi di salvezza e di ogni tipo di aiuto. Egli sa bene quante volte è rigettato, allontanato.

Eppure ci ama. Gesù è pronto ad accoglierci, nonostante tutto, se solo confessiamo ogni peccato e ogni debolezza, ogni errore. È nella natura di Dio amare ed essere pronto a perdonare. Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui (1Giovanni 4:16).

Che cosa spinse Abramo a essere pronto a dare Isacco?

Non sei stato tu, Dio nostro, a scacciare gli abitanti di questo paese davanti al tuo popolo Israele, e lo desti per sempre alla discendenza di Abraamo, il quale ti amò? (2Cronache 20:7). Abramo amava Dio fino a compiere un gesto estremo: darGli suo figlio Isacco, il figlio della promessa, uccidendolo.

Che cosa spinse Giacobbe ed Esaù a guardarsi negli occhi, senza parlare, e fare pace?

Egli stesso passò davanti a loro, e si inchinò fino a terra sette volte, finché si fu avvicinato a suo fratello. Ed Esaù gli corse incontro, l’abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero (Genesi 33:3,4). Esaù, il fratello maggiore, che era stato imbrogliato da Giacobbe, dopo anni d’inseguimento e con propositi solo di vendetta, ha la forza di abbracciare il fratello pentito. Magari si risolvessero in questo modo le liti tra fratelli!

Che cosa spinse Giuseppe a perdonare i suoi fratelli?

Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Vi prego, avvicinatevi a me!» Quelli s’avvicinarono ed egli disse: «Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita (Genesi 45:4). Quello che dovette subire Giuseppe è inconcepibile. Alcuni fratelli si studiarono di vederlo morto. Qualche altro li fermò da un’azione così malvagia e fu semplicemente venduto come schiavo. La mano di Dio però era su lui. Fino al punto che quando dopo anni s’incontrarono lui li perdonò e li abbracciò. Questo mi porta a pensare ad alcune realtà terribili nelle nostre comunità, di casi in cui credenti non si salutano alla fine di un culto perché astio e rancore si sono impossessati di loro. Senza ricordare di altri casi ancora più vergognosi.

 

E ancora, che cosa spinse Mosè a sopportare l’ingiuria del popolo? Che cosa spinse Davide ad affrontare Golia? Che cosa spinse Daniele a prostrarsi davanti a Dio con le finestre aperte nonostante una legge umana glielo vietasse? Che cosa spinse Giuseppe ad accettare totalmente la condizione di Maria a costo dell’ingiuria e della vergogna? Che cosa spinse Stefano a morire per Cristo? Pietro e Giovanni ad affrontare processo e carcere? Che cosa spinse Paolo a subire ogni afflizione e persecuzione? Che cosa spinse i nostri padri del movimento pentecostale ad affrontare il confino e il carcere? Che cosa, ancora oggi, spinge santi uomini e donne di Dio, in varie parti della terra, ad affrontare ogni persecuzione? Solo l’amore per il loro unico Signore e Salvatore.

Vogliamo dire tutti insieme, come Davide: Io ti amo, o Signore, mia forza (Salmi 18:1)! Cari in Cristo, l’unica forza che ci farà progredire nella nostra vita, che terrà unite le nostre famiglie, che porterà a progredire le nostre comunità e la nostra opera, è la forza che proviene dall’amore di Cristo per noi e da quello che noi nutriamo per lui. Dio ci benedica.